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Intervista a Reese Witherspoon, Jake Gyllenhaal, Gavin Hood e Kelley Sane per Rendition
Quando avete iniziato a interessarvi alle “rendition”, cioè alla pratica della CIA di rapire presunte cellule terroristiche islamiche? Come lo avete scoperto?
Gavin Hood: Ho letto una mattina un articolo di un giornale che parlava di queste pratiche. Da lì ho iniziato una serie di ricerche e ho approfondito il tema.
Kelley Sane: In realtà ce ne sono molti di articoli che parlano di questa terribile pratica. Digitando la parola “rendition” su google si possono trovare siti con testimoniane di persone che hanno subito questi trattamenti terribili. Io ho “tagliato e incollato” qua e là alcune testimonianze e ne ho tirato fuori la trama.
Jake Gyllenhaal: Io e Reese abbiamo scoperto questo tipo di situazioni solo dopo aver letto la sceneggiatura.
Le due storie parallele che si trovano nel film, quella di Jake Gyllenhaal e di Reese Witherspoon, sono state scritte nell'ordine che vediamo nel film?
Kelley Sane: Ho scritto le due storie separatamente e poi le ho fatte incrociare. In questa seconda fase di sviluppo della sceneggiatura mi ha aiutato Gavin Hood.
Signora Witherspoon, si è documentata anche sulle famiglie mussulmane che vivono a New York?
Reese Witherspoon: Sì. Per me questa era la cosa più importante. Volevo entrare nel personaggio e quindi ne ho carpito quegli elementi che in qualche modo li avvicinavano alla mia vita: il fatto di essere una madre, di avere dei figli...
Questo film ha delle intenzioni politiche?
Gavin Hood: In realtà all'inizio eravamo scettici sull'effettivo richiamo che questa pellicola poteva avere. Poi la produzione ha deciso di lanciare il film contemporaneamente a tutta una serie di polemiche che si sono sviluppate negli USA riguardo l'operato della CIA. Ma la cosa è stata decisa solo dopo la realizzazione stessa della pellicola.
Kelley Sane: Il nostro intento era solo quello di creare un dibattito intorno a questi temi.
Non crede che il finale del film sia un po' frettoloso?
Gavin Hood: Sinceramente no. Abbiamo ricevuto delle critiche in questo senso perché non tutto ciò che riguarda i retroscena della trama vengono alla fine svelati. Ma noi volevamo puntare i riflettori sulla pratica della CIA di torturare persone allo scopo di estorcere informazioni preziose. Per noi non era importante sapere se il personaggio fosse colpevole o innocente, ma ci interessava descrivere ciò che aveva vissuto.
Crede che il film abbia degli elementi melodrammatici?
Gavin Hood: no, non credo che li abbia. Quello che mi interessava fare era rendere il cambiamento dei personaggi alla fine della storia. Spero di esserci riuscito.
Diego Altobelli
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