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Numero 72 - Novembre / 2005

   

News - Intervista

 
   
 
 
 




La recensione del film

Intervista a Jodie Foster per Figthplan

Come madre di due figli, cosa farebbe nelle circostanze descritte da “Flightplan”?
Tutti i genitori sono spaventati da quei posti che ritengono rischiosi per la sicurezza dei propri figli: supermarket, piscine, aeroporti e altri ancora. E’ una situazione di terribile malessere che questo film, nonostante non possa riprodurre la realtà, coglie con estrema efficacia. Per quanto un attore cerchi di immedesimarsi nella sua parte, la vita quotidiana è fatta di un tessuto più fitto: il terrore si diluisce attraverso tempi molto lunghi e dolorosi! Nonostante ciò, mi sono sentita molto coinvolta.

Come sceglie i suoi ruoli?
Quasi mai sulla base del personaggio, ma preferendo piuttosto esaminare alcuni elementi di primaria importanza: anzi tutto la struttura e la sceneggiatura del film, poi la qualità del regista. Se quest’ultimo non conosce il suo mestiere, il tuo lavoro ne esce inevitabilmente penalizzato. Ho imparato ad evitare registi mediocri perché, quando si recita, possono farti sentire a disagio.

In questi ultimi tempi, sembra preferire personaggi di grande intensità emotiva...
Non esattamente. Mi è piaciuto interpetare una madre che lotta per salvare sua figlia, ma agli inizi non sapevo cosa mi sarei trovata davanti. Amo interpretare personalità molto diverse tra loro, che si tratti di una commedia romantica o di una parte drammatica. Anche se tutti tendono ad identificarmi con donne disperate ed eternamente in conflitto.

La sceneggiatura originale prevedeva un uomo al posto di una donna. Cosa è accaduto?
Inizialmente, la storia riguardava un ingegnere troppo preso dal suo lavoro per passare del tempo con sua figlia. Nel momento in cui scompare sull’aereo, inizia ad accorgersi di cose che a lungo aveva date per scontate. Poi impazziva, dando così vita a due identità in contrasto. Dato che era complesso inserire questo elemento introspettivo nella sceneggiatura di un thriller ad alto ritmo, hanno optato per una protagonista femminile: le donne sono culturalmente ritenute instabili, inclini all’isterismo e alla follia, soprattutto se relazionate alla scomparsa di una figlia.

Quali similitudini esistono tra questo film e “Panic room”?
Alcune, senza bubbio. Mi piacciono le atmosfere claustrofobiche. La differenza maggiore è che in “Flightplan”, il punto di vista della protagonista è ben rispettato dalla macchina da presa. Quando la sua mente si sgretola, la MDP segue il suo percorso psicologico, cercando insieme a lei indizi e colpevoli. E’ un film, da questa prospettiva, maggiormente hitchockiano. “Panic room”, invece, è un’opera di notevole spessore estetico, molto formale.

Che rapporto ha, oggi, con il cinema?
Avendo iniziato giovanissima, il modo di relazionarmi al mio mestiere è certamente cambiato negli anni. Crescendo ci si conosce professionalmente è si hanno idee più chiare su cosa ci renda felici. Ma devi sviluppare questa consapevolezza in poco tempo, soprattutto imparando a separare il lavoro dalla vita privata. Recito molto meno, ma sono soddisfatta di me stessa. Bisogna pretendere qualcosa in questo campo e al contempo sapere che al mondo conta anche tutto il resto.

Cosa ricorda della sua esperienza italiana con Sergio Citti?
Mi ha rattristata molto sapere della sua scomparsa. Ho recitato per lui in “Casotto” e ho di lui alcuni splendidi ricordi. Sul set rideva, cantava e non mancava mai di far notare la sua presenza. E’ una caratteristica peculiare dei registi italiani. Citti, ad esempio, parlava ad alta voce mentre giravamo, spesso confondendomi quando cercavo di recitare. In questo modo, però, capivi come partecipasse intensamente ad ogni scena.

Francesco Russo