|
Intervista a Wes Craven
Cosa l’ha spinta a scegliere il copione di “Red eye”?
Quando mi è stata presentata la sceneggiatura, ero ancora impegnato nella realizzazione di “Cursed – Il maleficio”, quindi poco propenso ad imbarcarmi in un altro film. Ma la storia mi ha entusiasmato alla prima lettura. il thriller che attendevo da tempo: molte ambientazioni diverse e, soprattutto, lo spazio limitato di un aereo in volo, dove i protagonisti possono ricorrere soltanto alle loro forze per uscire da una difficile situazione. Potevo mantenere la suspense con due persone ancorate alle loro sedie? La sfida mi ha affascinato.
Come nasce il titolo del film?
Fa riferimento ad un fenomeno tipicamente americano. Nei voli interni da New York a Los Angeles, per lo più frequentati da uomini d’affari e dello spettacolo continuamente in viaggio, “l’occhio rosso” si manifesta per effetto della stanchezza.
Perché ha scelto di lavorare con un cast in gran parte femminile?
Io ammiro le donne. Sono stato cresciuto da una vedova perché mio padre è morto quando avevo 4 anni. So quanta forza nascondano, e il ruolo che hanno raggiunto in questo periodo, nella vita sociale e politica del mondo, è un successo epocale. Nel mio film sopravvive l’elemento classico della ragazza in pericolo, ma la protagonista è ben diversa dalle fanciulle fragili del passato, in attesa di un uomo pronte a salvarle. Oggi anche questo è cambiato: le donne non sono più tanto deboli!
Cosa pensa dei numerosi remake in circolazione e dell’imminente rifacimento di un suo classico, “Le colline hanno gli occhi”?
Non sarebbe corretto da parte mia esprimere giudizi di biasimo, visto che io stesso ero in procinto di realizzarne uno. Si trattava di “Pulse”, un geniale horror di Kiyoshi Kurosawa. Eravamo pronti a girare quando, cinque giorni prima dell’inizio, la produzione ha fermato tutto. Oggi non credo accetterei di nuovo la proposta, perché odio fare quello che già fanno gli altri. Circa il remake de “Le colline hanno gli occhi”, sono contento sia stato affidato ad un regista che ammiro, Alexandre Aja (“Alta tensione”), il quale afferma di essersi innamorato del cinema dopo aver visto il mio film! Ho grande fiducia nel suo lavoro.
Cos’è cambiato nel suo cinema nel corso degli anni?
Semplice: sono invecchiato! Crescere come uomo e come artista mi ha permesso di osservare la vita da diverse prospettive, cogliendo dettagli nel comportamento umano che una volta non avrei neanche preso in considerazione. Sono più attento alle sfumature, a ciò che gli individui tentano di nascondere dietro l’apparenza.
Crede sia ancora possibile girare horror come venivano fatti negli anni ’70 e ’80?
Purtroppo no. Allo stato attuale, il cinema di genere è sottoposto a pressanti controlli da parte della censura, che per renderlo accessibile ad un pubblico più vasto pretende sia più leggero e superficiale. Le alte sfere dell’industria cinematografica vedono nell’horror una minaccia e nello splatter un crimine verso le vulnerabili coscienze dei giovani. Hanno persino terrore di eventuali interventi legali.
Francesco Russo
|