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Numero 67 - Maggio / 2005

   

News - Intervista

 
   
 
 
 




La recensione del film

Intervista a Ridley Scott

E’ corretto vedere ne “Le Crociate” un’allegoria del mondo contemporaneo?
Rileggendo la storia, è sempre possibile fare confronti con il presente, ma in questo caso il mio solo interesse era di rappresentare un’epoca che mi ha sempre affascinato, riferendomi esclusivamente ad un fatto di 1000 anni fa. Se poi andiamo ad analizzare i motivi per cui gli uomini si uccidevano tra loro, è facile accorgersi di come nulla sia cambiato. Sono soddisfatto dei risultati che ho raggiunto, poiché ogni volta che faccio un film mi accorgo di aver imparato qualcosa e di essere cresciuto. In caso contrario, il mio lavoro non avrebbe alcun senso.

Cosa la attratta del Marocco, dove il film è stato per buona parte girato?
La bellezza, in tutto ciò che abbiamo incontrato. Il Marocco è un paese dal fascino irresistibile e la gente, così come la sua cultura, è gentile ed ospitale. Sono molte le cose che dovremmo imparare da loro.

Quali difficoltà ha incontrato lavorando nel deserto?
Soprattutto di carattere climatico. Certo, il più delle volte perturbazioni particolari come le tempeste di sabbia sono molto ricercate dai registi, perché aiutano a conferire realismo ad una scena. Ma il Mistral, un violento vento del deserto, ci ha dato più problemi di quanti immaginassimo, soffiando costantemente per diversi mesi. Alla fine, eravamo tutti prostrati dal caldo e dalle intemperie. Devo proprio ringraziare gli attori e i tecnici per la pazienza che hanno dimostrato.

Dal film traspare l’ipotesi di un mondo in cui è possibile la pacifica convivenze di religioni diverse. Lei crede esista davvero questa speranza?
Certo, nonostante sia convinto che si tenda spesso a rileggere la storia idealizzandola e creando da essa dei miti. Mentre rileggevo alcuni testi per prepararmi a girare, ho scoperto infatti che il valore dato alle crociate assume un carattere romantico che contrasta con la realtà degli atroci delitti commessi, sia da una parte che dall’altra. Dico questo perché, a mio parere, se vogliamo sconfiggere l’intolleranza religiosa dobbiamo imparare tutti a confrontarci con gli errori commessi dalla nostra fede, giungendo a rispettare quella altrui.

E’ quindi la tolleranza il tema centrale del film?
Sì, perché la storia di Balian va ben oltre la vicenda di un uomo lanciato verso il suo destino. Il protagonista è un agnostico, insicuro della sua fede come la maggior parte di noi. Durante il film lo vediamo alla ricerca dei valori che infine trova in se stesso, siano o meno opera di Dio. Non a caso, quando comprende la saggezza dell’avversario Saladino, Balian coglie al tempo stesso il senso dei suoi valori: alla base della religione e della tolleranza, c’è la scelta di come si voglia vivere la propria vita.

È vero che il film dovesse originariamente durare quattro ore?
Mai stato così lungo, ma ho dovuto comunque operare dei tagli, per portarlo da 180 a 146 minuti. Si tratta prendere decisioni difficili quando hai a che fare con qualcosa che ami, ma devi comunque assumertene la responsabilità. Era necessario far sparire alcune cose per snellire il racconto.

Francesco Russo