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Numero 63 - Gennaio / 2005

   

News - Intervista

 
   
 
 
 




La recensione del film

Intervista a Olivier Marchal

E’ vero che lei prima di diventare regista ha lavorato come poliziotto?
Sì, certo. Sono stato poliziotto per dodici anni, di cui sette all’anti terrorismo, tre in una pattuglia notturna, che perlustra le strade di notte e si imbatte in ogni genere di reato. Volevo essere poliziotto sin da bambino. Leggevo tanta letteratura gialla, amavo Chandler e autori come lui. Ho fatto il concorso e sono entrato in polizia, ma poi stando a contatto con la violenza non solo dei criminali ma anche dello stesso ambiente, mi sono allontanato. E’ un mestiere che mi ha ferito molto. Gli ultimi anni seguivo corsi di recitazione serali, così sono diventato attore, poi autore e infine regista. Ho lavorato molto in televisione e poi sono passato al cinema.

Nella lavorazione del suo film quali a lei cari ha tenuto presenti?
Dal punto di vista letterario, sicuramente Melville e Cornau. Ma molti dei dialoghi presenti nella sceneggiatura vengono direttamente dal modo di parlare di una certa polizia parigina di qualche anno fa. Visivamente io amo molto Sergio Leone e il suo profondo rapporto tra musica ed immagini, ho cercato di tenerlo presente mentre giravo. Come ho sempre in mente la frase con cui Leone dirigeva gli attori. Diceva loro di dire la battuta come fosse l’ultimo respiro, anche io lo dico sempre ai miei attori. Il loro lavoro è molto importante, lo curo con grande attenzione e comprendo le loro esigenze, anche perché io stesso sono attore.

Come ha scelto i suoi protagonisti?
Avevo bisogno di due interpreti di alto livello e in Francia appena si pensa a due mostri sacri si sa che sono loro: Auteil e Depardieu. Mentre Valeria mi è stata suggerita dal produttore, appena l’ho vista mi è sembrata perfetta, è dolce e decisa allo stesso tempo, non è la classica moglie del poliziotto remissiva.

Le donne di questo film che è apparentemente molto maschile sono entrambe lontane dai clichè...
Non volevo fare dei personaggi caricaturali. Per la moglie di Vrinks avevo bisogno di una figura autonoma con suo spessore e Valeria è stata perfetta. Per la poliziotta Eve Verhagen avevo inizialmente pensato ad una tipica donna maschile, il classico uomo mancato. E’ stata mia moglie Catherine, che poi ha interpretato il ruolo a proporsi e ha pensato di dare una sfumatura più vera al personaggio, meno caricaturale.

Gli altri interpreti sono tutti attori professionisti oppure ci sono anche dei veri poliziotti? Perché le facce sono davvero “giuste”.
Solo in due scene ho usato come comparse dei poliziotti veri: in quella del funerale con tutti i ragazzi in divisa e in quella della sparatoria con la banda. Lì era presente un collega, che purtroppo ha assistito ai fatti realmente accaduti.

Cosa è vero nel film e cosa non lo è?
La vicenda che coinvolge Leo Vriinks purtroppo è vera. Dominique Loiseau è stato usato come capro espiatorio di una situazione di corruzione molto grave, ha perso tutto, la moglie, il lavoro, la dignità. Ha passato sette anni in prigione, ma io non ho mai creduto alla sua colpevolezza e come me tanti altri. Anche dietro alla figura di Klein c’è un vero poliziotto, responsabile della morte di un uomo che io conoscevo e che stava per ritirarsi e fare una vita meno pericolosa. Il suo nome era Jean Vrindts e dopo la sua morte in servizio, fu anche screditato come uno degli agenti corrotti, una cosa ignobile, dalla tomba non avrebbe potuto difendersi. Il film alla fine è dedicato alla memoria di Christian Caron, poliziotto ucciso in servizio nel 1989, anche lui appartenente al 36.

Crede che un film possa in qualche modo risarcire?
La famiglia di Caron ha visto il film. Erano tutti molto commossi. Certo risarcire è impossibile, ma raccontare i fatti è importante. Dominique forse è stato aiutato in qualche modo dalla visione del film, dalla consapevolezza che ora in molti sanno come sono andate le cose veramente.

Danila Filippone