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Numero 60 - Ottobre / 2004

   

News - Intervista

 
   
 
 
 




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Intervista a M. Night Shyamalan e Bryce Dallas Howard per The Village

Shyamalan, in America "The Village" ha deluso le aspettative del pubblico, che si attendeva un prodotto forse più in tema con le sue storie soprannaturali. Da cosa crede dipenda questa risposta?
Di certo non dalla promozione, al solito davvero impeccabile. Me ne assumo ogni responsabilità, ma continuo a credere molto in questo film e lo giudico il mio preferito assieme ad "Unbreakable". Anch'esso, infatti, è stato accolto tiepidamente all'uscita, ma in seguito sia il pubblico che la critica lo hanno rivalutato. Qui i sentimenti prevalgono sull'elemento fantastico, ma ciò non vuol dire che questo sia del tutto assente dal contesto. L'incombenza di un pericolo in attesa dà luogo a situazioni in cui il mio stile torna ad identificarsi nel soprannaturale, al tempo stesso riempiendosi di sfumature più attinenti alla vita reale. Sono sicuro che, superato il primo impatto, gli spettatori riusciranno a cogliere tutti gli aspetti del film.

Ritiene quindi che per lei il soprannaturale sia sempre stato, soprattutto, il modo migliore per rappresentare una metafora?
Ho sempre avuto una forte predilezione per i racconti fantastici, che mi hanno insegnato come la fantasia si adatti a raccontare storie di fede, di fiducia e di avversione per l'ignoto. Sono le tematiche che prediligo e mi piace pensare che gli uomini credano ancora nel terrore che provavano da bambini, davanti a mostri temuti soltanto perché non potevano essere visti. È proprio questo il nocciolo di "The village". Si tratta di restituire al pubblico quelle sensazioni che crede di aver perduto nella crescita, seppure in questo caso il mistero comprenda emozioni adulte come l'amore e la speranza. Tutto appartiene ad una realtà che resta sfuggente, poiché le cose che amiamo in sogno hanno, per me, maggior gusto quando non si concretizzano.

Al di là degli ultimi eventi, sembra che il film rifletta a fondo sulla storia americana e sul suo isolamento dal resto mondo. Perché ha affrontato questo tema?
Il mio cinema non ha attitudini politiche, ma i fatti dell'11 settembre hanno imposto ad ogni americano un accurato approfondimento della sua condizione. La vicenda narrata nel film si svolge alla fine del XIX secolo, negli anni in cui l'America viveva il trapasso dalla Guerra Civile all'industrializzazione, aprendo la strada ad una generazione che avrebbe anteposto al diritto e alla libertà il desiderio di accumulare denaro. Prima di allora, credo che la vita degli uomini fosse più autentica, concentrata sui rapporti di causa ed effetto, e che ogni azione avesse chiare le sue finalità. Oggi, ho idea che tutto questo sia andato perduto.

Se il rosso è il colore della passione e del turbamento, da cosa dipende la scelta del giallo per simboleggiare la pace?
Al pari degli altri colori, ho scelto il giallo perché, come hanno provato diversi studi psicologici, le sue gradazioni inducono alla calma, mentre il rosso comunica ansia.

Cosa implica la scelta di una ragazza cieca come protagonista?
Il suo ruolo è il più importante. Ivy incarna l'amore puro ed incorrotto dal mondo esterno. Anche suo padre, che ha una fede profonda nell'amore, ne è consapevole e alla fine la incoraggia a seguire la sua strada, convinto che il sentimento da cui è guidata trasformi il suo handicap nella sua virtù.

E Bryce Dallas Howard cosa ne pensa?
Sono d'accordo Shyamalan, che ha una visione così chiara del personaggio da avermi trasmesso con meticolosità ogni sua sfaccettatura, aiutandomi a comprendere meglio la parte. Nonostante sia sola contro il pericolo, Ivy può contare su mezzi interiori di cui nessun'altro dispone, per cogliere il vero volto del male ed infine abbatterlo.

Cosa può dirci delle differenze nei metodi di Shyamalan e di Lars von Trier, con cui ha appena ultimato "Manderlay"?
Sono diametralmente opposti: Shyamalan è estremamente scrupoloso e prepara ogni dettaglio prima di arrivare alle riprese. Per intenderci, siamo andati sul set ad ottobre, ma io ho iniziato a preparare la parte nel mese di maggio e ho provato con lui in luglio e in agosto. Con Lars von Trier viene al contrario concesso molto all'improvvisazione, tanto che, terminate le riprese, taglia il film e decide il ruolo del tuo personaggio soltanto in fase di montaggio. Entrambi i metodi sono molto appaganti ed è impossibile descrivere quanto possano insegnare ad un'attrice alle prime armi.

Shyamalan, cosa l'ha attratta dal punto di vista stilistico in questo soggetto e nell'epoca che raffigura?
Parlando di me stesso, mi piace considerarmi un regista che si colloca tra il cinema ed il teatro. Preferisco girare senza tagli - anche per quattro minuti - ed affidarmi ad attori di formazione teatrale, in grado di controllare la scena e di darsi il tempo necessario per entrare appieno nei personaggi. In seguito, filmo più volte la stessa scena e alla fine seleziono quella migliore. Mentre realizzavo le riprese, lo scenario di "The village" assumeva l'aspetto di un paesaggio nello stile di Tim Burton, mentre la ghiaia sul sentiero nel bosco rievocava in qualche misura "Il mago di Oz". Quindi, per rendere questo effetto coerente sono ricorso a campi molto ampi e a riprese lunghe ed orchestrate, con obbiettivi sulla camera che mi permettessero di esasperare alcune inquadrature per sottolinearne il realismo.

Francesco Russo