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Numero 3 - Luglio / 1999

   

News - Approfondimenti

 
   
 
 
 




FULL METAL JACKET (1987)

Produzione e Regia: Stanley Kubrick
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Michael Herr, Gustav Hasford, tratta dal romanzo di Gustav Hasford
Fotografia: Doug Milsome
Scenografia: Anton Furst
Costumi: Keith Dunny
Musica: Abigail Mead
Montaggio: Martin Hunter
Produttore esecutivo: Jan Harlan
Co-Prodotto da: Philip Hobbs
Produttore associato: Michael Herr
Casa di produzione: Warner Brothers
Origine: Gran Bretagna
Durata: 117'
Distribuzione cinematografica: Warner Brothers

Interpreti: Matthew Modine (Soldato semplice Joker), Adam Baldwin (Animal Mother), Vincent D'onofrio (Soldato semplice Palla di Lardo), Lee Ermey (Sergente Maggiore Hartman), Dorian Harewood (Otto palle), Arliss Howard (Soldato semplice Cowboy), Kevyn Major Howard (Rapterman), Ed O'Ross (Tenente Touchdown), John Terry (Tenente Lockhart), Kieron Jechinis (Crazy Earl), Bruce Boa, Kirk Taylor, John Stafford, Tim Colceri, Ian Tyler, Gary Landon Mills, Sal Lopez, Papillon Soo Soo, NgocLe, Peter Edmund, Tan Hung Francione, Leanne Hong, Marcus D'amico,Costas Dino Chimona, Gil Kopel, Keith Hodiak, Peter Merrill, HerbertNorville, Nguyen Hue Phong

"Non imparai assolutamente nulla a scuola…"
Stanley Kubrick, da Time del 15/12/1975

"Il nostro amore per gli strumenti e le armi, siano un’automobile o una pistola, è innegabile. C’è un rapporto molto profondo fra noi e loro. C’è un’estetica della macchina come un erotismo della macchina."
Stanley Kubrick, da Time del 20/12/1971

"Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio!"
Preghiera dei soldati prima di addormentarsi in Full metal Jacket

Prima parte: un gruppo di giovani soldati americani è sottoposto ad un duro addestramento militare dal sergente istruttore Hartman nella caserma di Parris Island in South Carolina. L’istruttore educa i giovani a divenire "macchine da guerra" e nessuna sevizia, fisica e psicologica, è loro risparmiata. Alla fine il soldato Palla di lardo impazzirà, uccidendo l’istruttore Hartman prima di farsi saltare le cervella con un colpo del suo amato fucile.
Seconda Parte: gli allievi, divenuti soldati, partono per il Vietnam. In quel luogo d’incubo il soldato Joker, che vorrebbe fare il giornalista di guerra, assiste al progressivo sfaldamento delle poche briciole d’umanità ancora presenti nei soldati. Alla fine, diverrà uno di loro.

C’è un errore sostanziale riguardo Full Metal Jacket: tutti lo considerano, e di conseguenza lo giudicano, come un film di guerra. Niente di più errato: "FMJ" (d’ora in poi useremo quest’acronimo) è un film sulla follia umana. Poco importa che i personaggi del film si trovino in Vietnam e in una scuola d’addestramento militare, in quanto sono individui votati alla pazzia e di conseguenza agiranno da folli, qualunque sia l’ambiente che li circonda. Il soldato Joker, nell’economia della trama, è il Caronte saggio e imparziale che ci accompagna in questo viaggio infernale, unico fra i molti a rendersi conto dell’assurdità d’ogni cosa e a desiderare una vita e delle mansioni che gli consentano di coltivare e mantenere il suo lato umano e creativo. Nella prima parte del film assistiamo al durissimo addestramento delle reclute: è in questo luogo che si cerca di sviluppare il lato peggiore d’ogni uomo, di esaltare la sua aggressività in una progressiva disumanizzazione, che condurrà i soldati ben preparati sul campo di battaglia. L’addestramento riesce fin troppo bene, al punto che il soldato "Palla di lardo", divenuto provetto tiratore, si trasforma da sorridente ragazzone di campagna in micidiale killer a sangue freddo, uccidendo prima il suo istruttore e poi se stesso, consapevole infine di essere stato trasformato nel modello voluto dagli insegnanti militari: una perfetta macchina da guerra.
FMJ non distingue fra buono e cattivo, non innalza la fiaccola in favore di una distinta fazione, ma si accontenta di rappresentare in maniera definitiva l’orrore di esseri umani costretti ad uccidersi l’un l’altro, fino al punto di non discernere più il concetto di morte da quello di sopravvivenza. Vivere è morire, o meglio dare la morte al prossimo, così pensano le vere "macchine da guerra" e così finirà per pensare anche il soldato Joker, privato infine della sua umanità dall’omicidio penoso e necessario di una donna cecchino.

Il dovere del critico di fronte ad un’opera disperatamente perfetta come FMJ non è quello di lodarne l’ottima fattura, la splendida fotografia, il suono, il montaggio, ma osservare come l’opera rappresenti un nichilistico attacco alla vita da parte dell’autore che, persa ormai ogni fede nella futura redenzione del genere umano, mostra uomini e corpi assolutamente non necessari al mondo, agli altri, alla storia. Le ultime parole che il soldato Joker pronuncia, in chiusura d’opera, sono: vivo in un mondo di merda, ma sono vivo e non ho più paura. Il soldato Joker, divenuto l’assassino Joker, ha così compiuto la sua regressione e rileva ciò che Kubrick sembra urlare sin dai primi fotogrammi: non esiste più la tragedia, ma solo un seriale orrore che si ripete puntualmente secondo i canoni imprevedibili della follia, di fronte al quale bisogna adeguarsi uccidendo prima di essere uccisi, come ha fatto Joker, o girando un film come FMJ.

Luigi De Angelis