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Anteprima The passion of Christ
Dopo mesi di accese polemiche, con articoli di giornali che hanno denunciato nel film una violenta presa di posizione antiebraica e vibranti difese da parte dei cattolici, è uscito il 25 febbraio, mercoledì delle ceneri, "The Passion of Christ", il folle progetto diretto da Mel Gibson.
Progetto folle perché il regista ha tirato fuori di tasca propria 30 milioni di dollari per finanziarlo e perché il crudo realismo dell'opera ha scatenato una furia autocensoria del film tra molti critici americani che lo hanno condannato sentenziando su chi doveva vederlo e chi no, denunciando la violenza dell'opera descrivendola al pari di uno snuff movie.
Progetto folle anche perché, nonostante molteplici Passioni e Vite di Cristo dirette da Lumiére, Victorin Jassett, DeMille, Koster, Fleischer, Wiler, o interpretazioni singolari della figura di Cristo, visto come un ribelle senza causa da Nicholas Ray, come un hippie da Norman Jewison, come una figura da santino da George Stevens, come un sovversivo da Pasolini, e infine dopo il Cristo didattico di Zeffirelli e il discusso Cristo teologico di Scorsese, questa versione cinematografica appare sorprendentemente fresca, nuova e solida destinata a sovrastare i suoi predecessori.
Per il cinefilo questa è la prospettiva più utile per apprezzare nella sua complessità questa Passione di Cristo. Un progetto folle filmato ad nauseam, dove catturare l'interesse del pubblico pareva una missione impossibile. Aggiungendo elementi anglosassoni della rappresentazione della Passione con elementi del più tradizionale cinema religioso, degli effetti speciali da cinema dell'orrore, qualche tocco d'umorismo e la violenza che oggi, dopo Peckinpah e lo Spielberg di "Salvate il soldato Ryan" sono quasi di rigore, Mel Gibson ci ha offerto un progetto travolgente che sta in perfetto equilibrio tra la riflessione meditativa e l'opera filmica.
Il regista, infatti, ha costruito The Passion con un'ottica puramente cattolica, badando però a non alienarsi le altre fedi cristiane. Probabilmente per la prima volta sulla schermo la partecipazione di Maria (un'indimenticabile Maia Morgerstern) al sacrificio del figlio appare in tutta la sua spiritualità cattolica. Si apprezza la natura sacrificale e rituale della messa cattolica (esemplare la scena della crocifissione montata in parallelo con l'ultima cena) e il perdono ai debitori e a coloro che offendono sono molto evidenziati.
In poche parole il film ripropone un tema caro al Cristianesimo: le quattordici stazioni della croce, le celebri icone religiose che si vedono sui muri di tante chiese. Una meditazione che comincia nel giardino del Getsemani e ci porta verso il sacrificio finale e poi la resurrezione.
In particolare questa enfasi della croce e della sofferenza ha lasciato perplesso qualche critico. Da una prospettiva laica lo spettatore lascia la sala sentendosi defraudato, domandandosi perché questo falegname ribelle dopo il tradimento di uno dei suoi discepoli debba soffrire il processo, la tortura e una morte indegna, lenta e dolorosa. E potrebbe pensare: perché devo commuovermi davanti ad una crocifissione in particolare, considerando quanti esseri umani in quel tempo la patirono? E' chiaro che soltanto alla luce della fede cristiana il film è pienamente intellegibile.
La sofferenza, la flagellazione, i chiodi sulle mani e sui piedi sono necessari al lavoro di redenzione di Gesù Cristo ed ecco che allora s'illuminano di significato.
I critici hanno visto nella rappresentazione dei gerarchi ebrei dell'epoca una virulenta presa di posizione antiebrea. Se si rammentano le invettive che Gesù emise contro i farisei, la sua condanna al fariseismo come corruzione della religione e se vediamo come nel film vengano anche presentati degli ebrei come Nicodemo o Simone Cireneo favorevoli a Gesù, questa deuncia antigiudaica appare infondata.
Per lo spettatore che non è interessato al tema religioso il film offre una panoplia formidabile di sorprese: si ritorna alla straordinaria Matera, la città della Basilicata dove già Pasolini girò il suo Vangelo secondo Matteo. E questa ambientazione, aiutata dalla favolosa fotografia di Caleb Deschanel e dalla musica di John Debney che resiste a qualsiasi tentazione di epicità o di dolcezza melliflua, è resa ancora più evocativa dal suono delle parole in aramaico e latino con le quali recitano gli attori, donando così al film un'atmosfera quasi arcaica, irreale, che ci proietta a duemila anni fa.
Gli attori sono tutti in parte (Caviezel nella parte di Cristo, Morgersten in quella di sua madre, Monica Bellucci nel ruolo della Maddalena, e Sergio Rubini in quella del buon ladro). La recitazione complessiva è naturale, tranquilla, meditativa. Tutto ruota intorno al tema centrale dell'opera: il sacrificio di Cristo. L'economia delle risorse, la punteggiatura del montaggio che alterna piccole sequenze è un'altra qualità del film, magnificamente esemplificata nel modo in cui Gibson risolve la resurrezione di Cristo.
Il regista ha usato anche i temi del cinema fantastico e dell'orrore: un Satana (Rosalinda Celentano) che sembra uscito da un film di Bergman, un gruppo di bambini che assediano Giuda e che diventano creature come ne "Il presagio".
La critica ha detto che gli insegnamenti di Gesù non sono presenti nel film e che la sua vita non è stata messa sufficientemente a rilievo. Tuttavia questo non è un film didattico ma viscerale, che ci provoca allo scopo di farci approfondire la storia della Passione ed il suo significato per ciascuno di noi. Certo Mel Gibson come regista non ha raggiunto i vertici riservati a Welles, Chaplin e Fellini. I suoi lavori includono il debole "L'uomo senza volto" e l'epico "Braveheart", ma se si vuole capire cosa s'intende per film d'autore certamente "The passion of Christ" costituisce un buon esempio.
Il pubblico assiste alla proiezione stupito e al termine della proiezione lascia la sala in un pervasivo silenzio. Chi scrive è convinto che Gibson sia entrato nella storia cinematografica per avere fatto il migliore film su un tema già trattato mille volte e, allo stesso tempo, per avere infuso la sua opera di una religiosità che non avevamo mai visto prima d'ora sugli schermi.
Enrique Ochoa
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