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Numero 58 - Agosto / 2004

   

I film del mese

 
   
 
 
 

Il forum del film

FAHRENHEIT 9/11

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Michael Moore
Sceneggiatura: Michael Moore
Fotografia: Mike Desjarlais
Scenografia:
Costumi:
Musica: Jeff Gibbs
Montaggio: Kurt Engfehr, Christopher Seward, T.Woody Richman
Prodotto da: Kathleen Glynn, Jim Czarnecki
(Usa, 2004)
Durata: 112'
Distribuzione cinematografica: Bim

PERSONAGGI E INTERPRETI

Michael Moore: Michael Moore
George Bush: George Bush

Dopo l’Oscar a “Bowling for a Columbine”, la Palma d’Oro conferita a “Fahrenheit 9/11” – per la prima volta ad un documentario politico, nei 57 anni di storia del festival di Cannes – consacra il talento del cineasta atipico Michael Moore: classe 1954, nativo di Flint (Michigan), già nel 1989 celebre per il documentario “Roger & Me”, sugli effetti devastanti dei licenziamenti operati dalla General Motors nella propria cittadina natale. Altri titoli al suo attivo sono il film “Canadian Bacon” (1995) ed il documentario “The Big One” (1998): ma, oltre ad essere un filmmaker, Moore è saggista fra i più letti d’America (sono apparsi anche da noi, per i tipi di Mondadori, “Stupid White Man” e “Ma come hai ridotto questo paese?”) ed artefice di show televisivi puntuti e provocatori, quali “Nation” e “The Awful Truth”.

Sono note le vicissitudini subite da “Fahrenheit 9/11”: vi è stata la concreta possibilità che il film non venisse distribuito dalla Disney, sino a che i fratelli Weinstein della Miramax non hanno deciso di ricomprarne i diritti e permetterne la libera circolazione (facendo, oltre a tutto, un buon affare, con cento milioni di dollari d’incassi in poche settimane). Si è parlato di pressioni governative, di pesanti interventi di parte repubblicana: il film è, infatti, un’impietosa requisitoria contro l’attuale presidenza Usa, della quale si ricostruisce la genesi e gli sviluppi con devastante puntualità. Sarà bene precisare subito che, se l’ottica pacifista ed antibushiana dell’autore è dichiarata con onestà, il metodo seguito nella realizzazione dell’opera si basa solo su documenti e testimonianze di prima mano: l’ascesa del “mediocre petroliere texano divenuto imperatore d’Occidente” è ricostruita attraverso le sue varie fasi, dalla contestata conta dei voti nella Florida amministrata da Jeb Bush alla discutibile sentenza della Corte Suprema; vengono chiariti i rapporti d’affari tra i Bush e la famiglia Bin Laden ed acclarato il trattamento privilegiato riservato a membri di quest’ultima (poterono allontanarsi dagli States, sostiene il documentario, subito dopo l’attentato alle Twin Towers e prima di venir interrogati dai servizi segreti); appare indiscutibile lo zelo adoprato per proteggere diplomatici ed uomini d’affari dell’Arabia Saudita, “proprietari del sei-sette per cento dell’America”. Godereccio ed amante del dolce far niente (il 42% del tempo di presidenza sarebbe stato dedicato alle vacanze), Bush dimostra la propria abissale inadeguatezza in una delle sequenze più inquietanti della pellicola: in visita ai bambini di una scuola la mattina dell’attacco terroristico, riceve da un collaboratore la notizia che il paese è attaccato e non fa una piega; dopo diversi minuti, il suo assistente ritorna per dirgli che un secondo aereo si è schiantato sulle Torri Gemelle ed egli seguita – con la “continuità catafratta di chi non vuole ammettere il peggio”, ha scritto Lietta Tornabuoni - a leggere il libro di fiabe “My Pet Goat”.

Le pagine più toccanti della fatica di Moore, comunque, sono quelle in cui si dà conto degli orrori causati dal conflitto in Iraq: il dolore delle madri, la distruzione delle famiglie, la triste sorte dei mutilati di guerra, l’ avvilimento dei soldati, il ritorno delle salme dei caduti colpiscono con la forza delle immagini inedite. Qualcuno ha obiettato che gran parte di quanto scorre sullo schermo è risaputo o comunque abbastanza noto, che la forma cinematografica non è delle più curate o complesse. Alla prima osservazione si può rispondere che, ovviamente, Moore non lavora per il pubblico colto ed informato che legge il “New York Times”, ma per i suoi concittadini di Flint, Michigan e tutta quella gente che ha nella tv la propria unica fonte di notizie. Alla seconda, far rilevare che palesemente al Nostro preme poco o punto la bella scrittura, assai l’efficacia delle immagini: e nessuno potrà negare che, con “Fahrenheit 9/11”, egli abbia estratto dalla propria faretra una freccia capace di far pieno centro. Ne venissero scagliate pure da noi, di così acuminate…

Francesco Troiano