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Numero 42 - Marzo / 2003

   

I film del mese

 
   
 
 
 



IL CRIMINE DI PADRE AMARO (EL CRIMEN DEL PADRE AMARO)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Carlos Carrera
Sceneggiatura: Vicente Leñero
Fotografia: Guillermo Granillo
Scenografia: Carmen Gimenez Cacho
Costumi: Maristela Fernandez
Musica: Rosino Serrano
Montaggio: Oscar Figueroa
Prodotto da: Alfredo Ripstein, Daniel Birman Ripstein
(Argentina/Francia/Messico/Spagna; 2002)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: Columbia Tristar Pictures Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Amaro: Gael Garcia Bernal
Padre Benito: Sancho Gracia
Amelia: Ana Claudia Talancon
Sanjuanera: Anjelica Aragon
Dionisia: Luisa Huertas

Tratto dall’omonimo romanzo del portoghese Eca de Queiroz, pubblicato nel 1875, il film è la storia di Padre Amaro che, ansioso di seguire la propria vocazione poco più che ventenne, parte per esercitare il sacerdozio presso la chiesa della città di Los Reyes in Aldama, dove la supervisione del rispettato Padre Benito dovrebbe aiutarlo preparandolo ad affrontare gli studi a Roma. Immediatamente al suo arrivo, prima ancora d’incontrare gli altri parrochi suoi colleghi Amaro conosce la graziosa e devota Amelia, figlia della proprietaria di un ristorante locale, di cui finisce per innamorarsi nonostante il suo giuramento di celibato. Compreso che la ragazza nutre per lui gli stessi sentimenti, si dedica alla ricerca di un luogo dove il loro amore possa essere consumato lontano dagli sguardi e dalle indiscrezioni.

Ad un primo sguardo, la pellicola di Carlos Carrera è il racconto della graduale corruzione di uno spirito puro, il cui protagonista è avvinto ad un logorante ingranaggio che lo omologa agli equilibri del potere. Bello d’aspetto e pervaso di un innaturale candore, il giovane prete incarna con trasparenza l’allegoria di una calamità che in Messico si consuma quotidianamente, nel rapporto tra chi esercita l’autorità politica e chi ne subisce le conseguenze. Carrera sceglie di osservarlo restandovi distante, con un disciplinato piglio descrittivo che evita di entrare nei dettagli del suo profilo psicologico e lo mette in primo piano solo come frazione di un insieme, per descrivere una generalizzata disposizione alla mediocrità che distingue quelle cornici sociali condizionate da una deteriore disciplina religiosa. Sulla patina di questa storia viene tessuta una tela di piccole identità, compatta ma troppo serrata nella messincena per lasciar emergere i contenuti, come fosse tutto e nulla nel medesimo contingente.

Di seguito, ogni personaggio resta sigillato entro la sua fisicità ed i suoi gesti, le cui ragioni non vengono mai illuminate sino in fondo, mentre il corpo narrativo incede innescando una dogmatica reazione a catena costruita su di un ovvio processo di consequenzialità. Il rigore di questo recinto strutturale è un evidente disagio anche per gli attori, tutti discreti ma iconografici ed incapaci a render chiaro il proprio ruolo, perduti in un'opera corale ove vengono costretti ad orbitare intorno ad un personaggio tenue ed immobile, giullaresco per la virginalità con cui giunge sino al culmine del suo disfacimento morale.

Francesco Russo