|
TI DO I MIEI OCCHI (TE DOY MIS OJOS)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Iciar Bollain
Sceneggiatura: Alicia Luna, Iciar Bollain
Fotografia: Carles Gusi
Musiche: Alberto Iglesias
Montaggio: Ángel Hernández Zoido
Scenografia: Vìctor Molero
Costumi: Estibaliz Markiegi
(Spagna, 2003)
Durata: 106'
Prodotto da: Santiago Garcìa De LKeanìz
Distribuzione: Lucky Red
PERSONAGGI E INTERPRETI
Pilar:Laia Marull
Aurora: Rosa Maria Sarda
Antonio: Luis Tosar
Ana: Candela Peña
In una notte d’inverno, Pilar, una giovane donna dall’aria terrorizzata, raccoglie poche cose nel suo appartamento e fugge, ancora in pantofole, con il figlio Juan. Giunta a casa della sorella, Pilar le chiede aiuto e decide di non tornare a casa da suo marito. Antonio inizia subito a cercarla, la trova e le supplica di tornare con la promessa che cambierà. Pilar è abituata alle promesse non mantenute di Antonio, sembra davvero convinta a non tornare questa volta. Trova un lavoro che le piace, fa la guida in un museo. Antonio entra in cura con uno psicologo, sente di potersi controllare ricomincia a farle la corte, proprio come quando erano fidanzati e si regalavano reciprocamente mani, bocca, orecchie, naso, occhi. Pilar decide allora di tornare a casa.
Duro, crudo e realistico, realizzato senza patetismi in eccesso e concessioni alle morbosità, questo film è il terzo lungometraggio della regista e attrice (vista in "Terra e libertà" di Ken Loach) Iciar Bollain. La regista ha alle spalle una carriera breve ma costellata di riconoscimenti. “Flores de otro mundo” (1999), il suo secondo film, ha ricevuto il premio come Miglior Film nella sezione Settimana della Critica al Festival di Cannes 1999. “Ti do i Miei Occhi” ha vinto ben sette premi Goya, tra i quali Miglior Film, Regia, Sceneggiatura Originale, Miglior Attore, Miglior Attrice, per citarne solo alcuni. Tutti premi meritati, non solo per la misura, l’abilità narrativa, la straordinaria espressività dei protagonisti, ma anche per un insolito punto di vista interno alla vicenda.
La Bollain, che firma anche la sceneggiatura del film, porta la macchina da presa all’interno di una coppia, di un ménage familiare di violenza e umiliazione, senza dimenticare di narrare le sottili sfumature che tengono in piedi, nonostante tutto, questo tipo di rapporti e senza tralasciare la descrizione del dramma interiore di colui che solitamente viene liquidato come violento e mostruoso: il marito. Se Pilar è una donna annichilita dalle violenze subite, terrorizzata e immobile nel suo dolore, Antonio è come un alcolista che non ammette neanche di avere un problema, travolto dalla rabbia improvvisa che soverchia tutto e si impossessa di lui senza preavviso. Questo film si pone domande importanti, che poche altre pellicole sull’argomento hanno sollevato. La regista racconta d’aver svolto accurate ricerche sulle violenze domestiche, imbattendosi in quesiti insoluti. Sul perché quasi tutte le donne che subiscono violenze non lascino i propri mariti, nessuno è in grado di dare una risposta, eppure sembra che la speranza di un loro cambiamento sia sempre presente. E’ questo il sentimento che anima Pilar e che fa di lei un personaggio commovente e malinconico. Mentre Antonio appartiene ad una categoria di uomini violenti e inconsapevoli, essi stessi vittime della propria compulsività. E’ difficile descrivere questo film senza togliergli qualcosa. Perché al di là della veridicità delle situazioni il pregio maggiore sta nell’alta intensità emotiva, nel saper raccontare con trasporto e nel misurare anche la violenza più dura, per non banalizzarla ma lasciarla intuire e sentire. Alla bellezza della sceneggiatura, collaborano in modo fondamentale tutti gli interpreti, perfetti fin nelle minime espressioni.
Danila Filippone
|