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LA PASSIONE DI CRISTO (THE PASSION OF CHRIST)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Benedict Fitzgerald, Mel Gibson
Fotografia: Caleb Deschanel
Scenografia: Francesco Frigeri
Arredatore: Carlo Gervasi
Costumi: Maurizio Millenotti
Musica: John Debney
Montaggio: John Wright
Effetti speciali e visivi: Keith Vanderlaan
(USA, 2004)
Prodotto da: Mel Gibson, Bruce Davey, Stephen McEveety
Durata: 126’
Distribuzione: Eagle Pictures
PERSONAGGI E INTERPRETI
Gesù: Jim Caviezel
Maria: Maia Morgenstern
Maria Maddalena: Monica Bellucci
Caifa: Mattia Sbragia
Ponzio Pilato: Hristo Naumov Shopov
Claudia Procula: Claudia Gerini
Satana: Rosalinda Celentano
Giuda: Luca Lionello
Disma: Sergio Rubini
Spetta a me l’onere e l’onore di recensire "La Passione di Cristo", il discusso film di Mel Gibson che ha scatenato polemiche infinite negli Stati Uniti e sta iniziando a suscitarle anche qui da noi con le violente prese di posizione di alcuni giornalisti italiani che hanno accusato il film di sadismo, pornografia e antisemitismo. Da dove iniziare, vista la selva di dichiarazioni, pareri e condanne che dal 25 febbraio, data d’uscita in America, sono state scritte in questi mesi?
La tentazione di polemizzare con chi ha dissentito è forte, perché, è bene chiarire subito che a Tempi Moderni il film è piaciuto molto, sotto ogni punto di vista, sia religioso che artistico. Ci sembra quindi doveroso contrastare i giudizi negativi espressi da alcuni autorevoli testate. E’ infatti compito fin troppo facile sparare a zero sul film accusandolo di essere sadico e violento.
E’ innegabile, infatti, che ad una visione superficiale il film appaia senz’altro come uno dei più violenti della storia del cinema. Ma non è questo il punto, bensì l’uso che si fa della violenza al cinema. Esistono tanti film più violenti di questa Passione ma che non danno alcun peso alla violenza se non quella di spettacolarizzarla ai fini della storia e di tramutarla quindi in un effetto speciale come tanti. In "The Passion of Christ", al contrario, ogni singolo atto di violenza mostrato nel film è reale. Gibson ci mostra la Passione per quello che è stata: il martirio di un uomo “sovrumano” che in quanto tale ha subito una violenza “sovrumana”. Solo mostrando il sacrificio per quello che è realmente stato è possibile comprendere la grandezza di Cristo e, di conseguenza, la sua immensa spiritualità.
Sono pertanto immotivate le critiche secondo le quali il film mancherebbe di tensione religiosa. D’altra parte, come ha scritto il nostro Enrique Ochoa nel suo articolo dedicato all’anteprima americana, “... soltanto alla luce della fede cristiana il film è pienamente intellegibile. La sofferenza, la flagellazione, i chiodi sulle mani e sui piedi sono necessari al lavoro di redenzione di Gesù Cristo ed ecco che allora s'illuminano di significato.” Ed è un fatto che gli spettatori cattolici sono stati commossi dal film, mentre quelli laici lo hanno rifiutato.
Le accuse poi rivolte a Gibson di avere cercato il successo strumentalizzando una storia così cara ai cattolici sono davvero in mala fede. Abbiamo seguito il progetto nel corso di quattro anni e nessuno può accusare il regista (peraltro non alla sua opera prima come un giornalista ha erroneamente scritto, ma alla terza, avendo egli ottenuto anche un oscar alla regia con “Braveheart”) di furbizia. Se il film d’autore ha ancora un senso in questo cinema sempre più piegato alle regole commerciali "La Passione di Cristo" ne è uno dei rari esempi. Un’opera costruita su un argomento già filmato mille volte, ma proposto da un’angolazione nuova, recitato in aramaico e latino da attori sconosciuti al grande pubblico americano. Un film che è stato prima rifiutato da tutti i produttori di Hollywood, tanto che per realizzarlo senza compromessi Gibson ha dovuto finanziarlo di tasca propria, poi, una volta terminato, respinto da tutti i maggiori distributori hollywoodiani prima di trovarne uno indipendente. Un film che, a montaggio concluso, è rimasto fermo in un magazzino per mesi prima di trovare l’uscita nelle sale. E questo sarebbe un progetto commerciale?
Le accuse di antisemitismo sono pretestuose. Il film ripropone una versione dei fatti ampiamente diffusa nei quattro vangeli, basta solo prendersi la briga di andare a rileggerli: a volere la condanna a morte di Gesù non sono stati gli Ebrei ma Caifa e una parte del Sinedrio. Gibson non manca occasione di sottolinearlo in vari momenti dell’opera, seguendo fedelmente il resoconto dei quattro evangelisti e caso mai omettendone alcuni passaggi. Durante il processo alcuni sacerdoti (ebrei) contrari al trattamento riservato a Gesù vengono cacciati dal tempio; durante la Via Crucis Simone, un ebreo, aiuta Gesù a sorreggere la croce, Veronica (un’ebrea) offre ristoro a Cristo; la folla (ebrea) protesta contro il trattamento riservato al figlio di Dio dai romani; Maria, la Maddalena e Giovanni, che seguono il calvario, sono ebrei. Come ha saggiamente scritto il critico americano Roger Ebert sul Chicago Sun Times: “Gesù è stato fatto uomo ed è venuto sulla terra per soffrire e morire in riparazione dei nostri peccati. Nessuna razza, nessun uomo, nessun governatore, nessun boia ha ucciso Gesù; Egli è morto per volontà di Dio e per compiere i Suoi scopi, e con i nostri peccati noi tutti Lo abbiamo ucciso.” (Cfr. The Passion of Christ di Roger Ebert ).
Anche i timori di una rinascita dell’antisemitismo ci appaiono immotivati. Ma è davvero possibile pensare che gli spettatori siano così sciocchi da essere strumentalizzati da un film? Non mi sembra poi che negli Stati Uniti o nel mondo si siano sollevate voci antisemite dopo l’uscita di The Passion, a conferma del fatto che il pubblico è molto più saggio di quel che si creda.
Dal punto di vista artistico il film è dotato di una potenza visiva fuori dal comune e siamo fieri dei nostri artisti che hanno contribuito in maniera considerevole alla riuscita dell’intera impresa. La fotografia di Caleb Deschanel è ispirata ai quadri di Caravaggio e gioca con le tonalità marroni e polverose. I costumi di Maurizio Millenotti, le splendide scenografie di Matera e dintorni, gli interni realizzati da Francesco Frigeri, la recitazione in aramaico e latino, tutti questi elementi contribuiscono a trasportarci in un’altra era e a rendere il film ancora più enigmatico e inquietante. Grande la prova recitativa di tutto il cast: da Maria (interpretata da Maia Morgenstern) un’intensa madre che segue con dolore il sacrificio del figlio, a Ponzio Pilato (il bulgaro Hristo Naumov Shopov). Un plauso anche ai nostri interpreti: Monica Bellucci (la Maddalena), Mattia Sbragia (Caifa), Claudia Gerini (Claudia, moglie di Pilato), Sergio Rubini (Disma, il ladrone buono) e Rosalinda Celentano (Satana).
Con questo terzo film Gibson conferma di avere una propria visione del cinema, un cinema di carne e sangue, un cinema realizzato col cuore che non lascia indifferenti. "La Passione di Cristo" è un capolavoro, ispirato, coraggioso e generoso, pervaso da un'autentica spiritualità. E il successo planetario che l’opera sta avendo è un salutare ceffone in faccia ai tanti intellettuali da salotto che troppo spesso disquisiscono di argomenti che non conoscono e non vogliono comprendere.
Maurizio Imbriale
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