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THIRTEEN - 13 ANNI (THIRTEEN)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Catherine Hardwick
Sceneggiatura: Catherine Hardwick, Nikki Reed
Fotografia: Elliot Davis
Scenografia: Carol Strober
Costumi: Cindy Evans
Musica: Mark Mothersbaugh
Montaggio: Nancy Richardson
Prodotto da: Jeffrey Levi-Hinte, Michael London
(USA, 2003)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: 20th Century Fox Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Melanie: Holly Hunter
Tracy: Evan Rachel Wood
Evie: Nikki Reed
Brady: Jeremy Sisto
Brooke: Deborah Kara Unger
Tracy, studentessa di tredici anni, conduce una vita ordinaria tra la scuola ed il modesto tetto famigliare, dove trascorre con la madre quasi tutto il tempo libero. Giunta al liceo, però, il suo temperamento virtuoso ed introverso diviene causa della suo immediato allontanamento da parte delle altre ragazze, che iniziano a deriderla per gli abiti e per i modi di fare. Rapita dalla popolarità di Evie, dissoluta beniamina dei suoi compagni, Tracy tenta con ogni mezzo di avvicinarla, riuscendo dopo molti sforzi a diventarne la più intima amica. Insieme, spinte solo da un rabbioso desiderio d’affermarsi, saranno in breve tempo consumate dall’abuso di stupefacenti e dal loro spaccio, dalle premature esperienze sessuali e dai piccoli furti, verso il baratro di un irrimediabile degrado morale.
L’esordiente Catherine Hardwick, regista e sceneggiatrice, approda al lungometraggio con uno stilizzato affresco sociale, purificatorio compromesso tra il ritratto documentaristico e la base narrativa del “dogma”, che è divenuto oramai sinonimo di verosimiglianza. Tralasciando le facili accuse ad una trattazione dal logoro dogmatismo etico, la cronaca di questo acerbo isolamento interiore sembra esasperare il suo tratto antropologico dimenticando di relazionarsi agli obblighi del racconto di formazione, a cui del resto desidera somigliare: su tutti, la necessità di raggiungere un grado comunicativo più intimo con il pubblico, dimenticato oltre lo schermo ad osservare il martirio dell’innocenza e mai supportato da un’elaborazione drammaturgia che sia in grado di coinvolgerlo. Lo spettatore, invitato a partecipare con giudicativo buonsenso, viene quindi costretto a distinguere il male dal bene in rigide frammentazioni, trovando da una parte l’assenza del nucleo famigliare, l’alienazione, una sofferta ricerca dell’identità; dall’altra imperativamente l’affetto materno. Insomma, in assenza di sfumature aleggia sul film un fastidioso senso d’ineluttabilità.
Ad ogni modo, il pregio rilevante di questa opera prima è l’aver restituito al cinema una straordinaria Holly Hunter (sola traccia di natura molteplice in una pellicola dalla rigida struttura a tesi) che nel dar vita alla fisionomia irregolare di una madre volitiva ma impotente, è riuscita nell’intento di non andare mai sopra le righe.
Francesco Russo
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