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BALLISTIC (BALLISTIC: ECKS VS. SEVER)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Kaos
Sceneggiatura: Alan McElroy
Fotografia: Julio Macat
Montaggio: Jay Cassidy e Caroline Ross
Musica: Don Davis
Scenografia e costumi: Magdali Guidasci
Prodotto da: Elie Samaha e Chris Lee
USA 2003
Durata: 91’
Distribuzione cinematografica: CDI
PERSONAGGI E INTERPRETI
Jeremiah Ecks: Antonio Banderas
Sever: Lucy Liu
Robert Gant: Gregg Henry
J. Ross: Ray Park
Rayne Gant: Talisa Soto
Julio Martin: Miguel Sandoval
Jeremiah Ecks (Antonio Banderas) è un agente del FBI. A causa della morte della moglie in una missione da lui stesso condotta è ora un alcolista e farmaco dipendente. Quando la DIA (Defense Intelligence Agency: agenzia complementare alla CIA) intende carpire un congegno atto ad uccidere – un microscopico iniettabile robot – Ecks deve fronteggiare Sever, una donna guerriero cinese programmata dalla agenzia di intelligence per uccidere, la quale è in possesso del ritrovato mortifero, ma che in realtà aspira a vendicarsi di suo figlio eliminato dai suoi capi. La DIA convoca Ecks, che deve quindi fronteggiare Sever.
Il regista di origine tailandese Kaos trascrive una sceneggiatura di McElroy. Ne consegue una storia contrassegnata da tracce narrative espunte da altre opere e una serie di combattimenti, esplosioni e sparatorie che occupano quasi l’intera pellicola, così da decurtare i dialoghi. Si evocano le eroine di Besson e i film di spionaggio, con l’immancabile ritrovato scientifico come preda, il canonico capo dell’Intelligence corrotto e il protagonista di turno in crisi esitenziale che deve tornare a vivere e combattere (nella prima inquadratura l’attore è seduto di fronte ad una bottiglia di whisky con barba lunga e sigaretta). Ma Kaos non è John Woo, nè Besson né tantomeno Pollack. Non realizza sparatorie memorabili, intrecci narrativi, né emoziona con i logori e obsoleti incontri di arti marziali: la narrazione è articolata con frammenti a se stanti: ogni scena non si fonde con le altre, piuttosto rimane slegata come se se fosse già compiuta. Gli attori medesimi rimangono come maschere dalla sottile coltre di spessore: non evocano un passato vissuto, ma come statue di cera di Madam Tussaud si profilano privi di defininzione psicologica, curati da un’estetica che ne estingue qualsiasi profondità caratteriale a scapito di una totale assenza di credibilità.
Kaos oltretutto non compensa tale vuoto contenutistico con una messa in scena lucida e splendente, come il primo John Woo (cui comunque si ispira), ma illustra questa pseudo spy story con immagini incupite da una tenebrosa luce che dovrebbe essere una cifra stilistica emotiva, mentre è riflesso trasfigurato di un'ingenua cognizione drammaturgica.
Luigi Senise
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