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Numero 0 - Luglio / 2010

   

I film del mese

 
   
 
 
 



TOY STORY 3 - LA GRANDE FUGA (TOY STORY 3)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Lee Unkrich
Sceneggiatura: Michael Arndt
Fotografia: Jeremy Laski
Scenografia: Bob Pauley
Musica: Randy Newman
Montaggio: Ken Schretzmann
Prodotto da: Darla K. Anderson
(USA; 2010)
Durata: 109’
Distribuzione cinematografica: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Woody: Fabrizio Frizzi
Buzz Lightyear: Massimo Dapporto
Lotso Grandi Abbracci: Riccardo Garrone
Barbie: Claudia Gerini
Ken: Fabio De Luigi
Telefono Chiacchierone: Jerry Scotti

Woody, Buzz e gli altri giocattoli stanno vivendo una fantastica avventura. Su un treno che corre a razzo verso un burrone, l’intrepido cowboy fronteggia due patate fuorilegge, mentre l’eroe dello spazio se la vede con un diabolico maialino e la sua super accessoriata astronave. Ahimè, si tratta però soltanto di un dolce ricordo, perché Andy, ormai cresciuto e in procinto di andare al college, ha da lungo tempo chiuso i suoi beniamini in un tetro baule. Pronti per la soffitta, gli sventurati finiscono per errore dapprima nella spazzatura, poi in un asilo che nasconde, dietro le sembianze di un paradiso, la penosa realtà della vita carceraria: di giorno le torture degli scatenati infanti, di notte la prigionia dei giocattoli che hanno preso il controllo dell’edificio, comandati da un cinico orso di pezza al profumo di fragola. Tra buffi incontri – Barbie e Ken su tutti – tradimenti imprevisti e scioccanti rivelazioni, l’allegra compagnia si danna per fuggire e tornare dal bambino che non li vuole più, in un’avventura mozzafiato che li guida alla scoperta di se stessi e delle asperità del mondo esterno.

Back where we started: un’espressione inglese che sta ad indicare come ciò che rappresenta qualcuno o qualcosa, la sua identità e la sua storia, riconduca sempre al momento in cui tutto ha avuto inizio. Quando nel 1995 la Pixar di John Lasseter esordì al cinema con “Toy Story”, fu subito chiaro che stava soffiando nuova aria sulle acque immobili dell’animazione statunitense. Una tecnologia d’avanguardia, unita ad una prospettiva matura e profonda sul modo di raccontare, era sul punto di trasfondere linfa vitale in un genere appassito. Da qui in poi, il più rivoluzionario team nella fabbrica dei sogni avrebbe realizzato undici film e salito altrettanti gradini di una scala in ascesa verso l’Olimpo delle leggende.

Sono trascorsi quindici anni da quell’evento, ma Lasseter e soci sembrano determinati a non archiviare il figliolo prediletto, rifiutando l’eventualità che i loro giocattoli dal cuore umano abbiano ormai fatto il loro tempo (il che, con un sforzo d’interpretazione, potrebbe riservare a “Toy Story 3” ulteriori chiavi di lettura). Anzi, a ben guardare la loro saga ha segnato, ad intervalli puntuali, le tappe di un’evoluzione artistica che ha ben pochi precedenti nell’industria cinematografica: se “Toy story 2” (1999) anticipava tematiche - amicizia, crescita, separazione – destinate a erompere in “Monsters & Co.” e “Alla ricerca di Nemo”, “Toy Story 3” parte invece dal patrimonio emotivo di “Up” per riversarlo in un racconto corale dove tutti i personaggi principali, ognuno con un ricco bagaglio di esperienze, diventano soggetti in luce di un quadro policromatico. Nella migliore tradizione epica americana, Woody, i suoi amici e alla stessa maniera i loro avversari lottano con convinzione per ideali assoluti, pagandone il prezzo nella traumatica traversata dal limbo beato dell’infanzia al campo di battaglia dell’età adulta. Gelosia, potere, avidità e insicurezza precipitano sul mondo di Woody e Buzz con uno schianto. Dall’orsacchiotto abbandonato al vanitoso Ken, dal clown infelice all’inquietante bambola devastata persino nel corpo, le tipologie caratteriali con cui devono confrontarsi rappresentano una realtà più complessa e selvaggia di ogni altra con cui sia essi, sia gli autori della Pixar, abbiano sino ad oggi fatto i conti. La comicità – pur sempre irresistibile – si tinge di malinconia, sull’avventura grava l’ombra di un futuro incerto e il passato pesa come un blocco di marmo sul destino dei personaggi. La disillusione si fa strada nella poesia e il divario tra spettatori grandi e piccoli viene definitivamente cancellato, come attestano la regia ambiziosa e cinematografica del bravo Lee Unkrich e la scelta di affidare la sceneggiatura ad un talento di razza qual’è Michael Arndt, Oscar nel 2007 per “Little Miss Sunshine”.

Sotto il profilo tecnico, rispetto al precedente “UP” il 3D compie un passo avanti nell’economia narrativa della Pixar: lungi dall’essere il cardine su cui ruota la struttura, s’intromette nella storia giocando con le soggettive, amplificando la spettacolarità delle scene forti e coinvolgendo il pubblico per ribadire, qualora ce ne fosse bisogno, che la vicenda di questi giocattoli restituisce nel suo riflesso l’immagine della nostra, condivisa e quotidiana.

L’esito è al contempo agrodolce e leggero, amaro e traboccante di speranza, immerso nella consapevolezza di quanto sia duro e faticoso accettare che la vita sia cambiata e che nulla, nel bene e nel male, possa tornare mai ad essere ciò che era. E’ il costo della crescita, mentre il guadagno di cui anche i giocattoli si ravvisano è nelle sorprese che essa riserva.

Francesco Russo