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LE DEUXIÈME SOUFFLE
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Alain Courneau
Sceneggiatura: Alain Courneau, Josè Giovanni
Fotografia: Yves Angelo
Scenografia: Thierry Flamand
Costumi: Corinne Jorry
Musica: Bruno Coulais
Montaggio: Marie-Joséphe Yoyotte
Prodotto da: Michéle e Laurent Pètin
(Francia, 2007)
Durata: 155'
Distribuzione cinematografica:
PERSONAGGI E INTERPRETI
Gu: Daniel Auteuil
Manouche: Monica Bellucci
Blot: Michel Blanc
Orloff: Jacques Dutronc
Dopo anni di detenzione, Gustave Minda detto Gu riesce a fuggire dal carcere. Nello stesso momento, in un regolamento di conti, perde la vita Jacques, amante di Manouche, un tempo amica del cuore di Gu, al quale è restata intimamente fedele. Mandante dell’assassinio pare essere Jo Ricci, capo di una banda criminale; proprio gli uomini di quest’ultimo, spediti a casa di Manouche per ricattarla, vengono sorpresi e poi eliminati da Gu. Le indagini del commissario Blot, a questo punto, si soffermano pure sull’evaso, di cui l’investigatore riconosce lo stile inimitabile. Obbligato a cercare un nascondiglio, Gu si rifugia a Marsiglia, dove Manouche gli trova una casa; ma, desiderando non vivere alle spalle della donna, egli accetta l’offerta di partecipare ad una rapina assieme a Venture Ricci, fratello di Jo. Il colpo va a segno, ma pure il piano di Blot per incastrare Gu riesce perfettamente. Considerato dalla malavita un traditore, egli evade ancora una volta per difendere la propria reputazione. Nel tentativo di convincere gli ex-complici della propria innocenza, è coinvolto in una sparatoria dove tutti perdono la vita. Sarà il commissario Blot, che stimava Gu pel suo rispetto d’un codice d’onore, a fornire alla stampa gli elementi per riabilitarne la memoria.
“Le deuxiéme souffle” è il remake dell’omonimo film diretto nel 1966 da Jean-Pierre Melville, sulla scorta di un romanzo di José Giovanni. “Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide” (questo il fantasioso titolo italiano all’epoca scelto) è tuttora considerato da molti il capolavoro del cineasta parigino: se i modelli letterari sono quelli classici di Albert Simonin ed Auguste Le Breton, quelli cinematografici sono lo Huston di “Giungla d’asfalto” e, più in generale, il cinema gangsteristico statunitense, del quale si riproduce l’andamento cronachistico e la secchezza narrativa. In un clima degenerato, segnato dalla connivenza tra criminalità e forze dell’ordine, spiccano alcune figure d’individui fedeli al rispetto di regole antiche, per le quali vale la pena di perire.
Nel confrontarsi con un così ingombrante modello di riferimento, Courneau ha seguito due strade: da una parte, l’omaggio evidente allo stile del regista di “Frank Costello faccia d’angelo” (1967); dall’altra, l’aggiornamento di taluni canoni narrativi alla contemporaneità, sulla scorta del cinema di Hong-Kong ma. pure, con qualche reminiscenza del cinema di Peckinpah (l’uso frequente del ralenti nelle scene d’azione, gli effetti devastanti dei proiettili sui corpi, le morti barocche e survoltate). Il risultato è un peculiare ibrido acronotopico, dove a salvarsi sono alcuni attori (l’ottimo Auteuil, il sottile Blanc, l’ambiguo Dutronc), l’uso spiazzante del colore (i gialli, i verdi, i rossi compongono un’originale tavolozza cromatica), certi passaggi di dialogo (“la cosa migliore è sparire senza cagionare dolore agli altri”, dice ad un certo punto il dolente Blot).
Nell’insieme, tuttavia, i difetti prevalgono ampiamente sui pregi: lungo poco più dell’originale, il film di Courneau è gravato da una verbosità affliggente e difetta nell’approfondimento psicologico dei personaggi; per soprammercato, nonostante lo sterminato metraggio, parecchi nessi sfuggono e le ellissi risultano acrobatiche. Quanto al carisma inimitabile di Ventura, è evidente in uno dei passaggi più belli del film di Melville: il capodanno dell’homme traqué, laddove - nella dimora dove si nasconde, mangiando da solo – la sveglia suona ed il nostro strappa, impassibile, l’ultimo foglio del calendario. Nella pellicola di Courneau il gesto è identico, ma ogni suggestione è andata perduta. Ecco, è in momenti simili che questo pletorico rifacimento suona più che mai come una sofferta sinfonia d’impotenza, eseguita in memoria di un maestro irrimediabilmente dead and gone.
Francesco Troiano
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