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Numero 0 - Settembre / 2007

   

I film del mese

 
   
 
 
 



LA RAGAZZA DEL LAGO

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Andrea Molaioli
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, dal romanzo omonimo di Karin Fossum
Fotografia: Ramiro Civita
Musica: Teho Teardo
Montaggio: Giogiò Franchini
Prodotto da:
(Italia, 2007)
Durata: 95'
Distribuzione cinematografica: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Commissario Sanzio: Toni Servillo
Moglie Sanzio: Anna Bonaiuto
Padre Mario: Omero Antonutti
Davide Nadal: Marco Baliani
Corrado Canali: Fabrizio Gifuni
Chiara Canali: Valeria Golino
Alfredo: Nello Mascia

Il corpo di una giovane donna viene ritrovato sulla sponda di un lago adiacente ad un tranquillo paesino del nord Italia. Ad indagare su quello che appare subito come un caso di omicidio, viene chiamato il commissario Giovanni Sanzio. Tormentato a causa dei conflitti esplosi con l’introversa figlia Francesca dopo l’internamento di sua moglie in una casa di cura, il burbero uomo di legge riesce comunque a portare avanti il caso arrivando a scoprire, una dopo l’altra, tutte le segrete dinamiche che regolano i rapporti tra le varie persone della comunità.
Nella risoluzione dell’enigma, più che il talento investigativo, all’esperto Sanzio gioverà la capacità di saper esplorare il lato oscuro della natura umana.

Non è facile parlare di questo film di Andrea Malaioli, regista che si è fatto le ossa sul set collaborando con maestri veri e presunti come Moretti, Mazzacurati, Pozzessere, Pompucci e Risi, non è facile perché se da una parte c’è la tentazione di essere benevoli con l’opera di un debuttante che ha scelto di giocarsi le proprie chance nell’ambito di un genere poco e male frequentato come quello del giallo poliziesco, dall’altra non possiamo nascondere una certa delusione nel constatare come Malaioli e il suo sceneggiatore Sandro Petraglia non abbiano saputo resistere alla tentazione di “nobilitare” la materia trattata inserendo gli inevitabili sottotesti che sono tanto cari agli “autori” di casa nostra.

La sensazione è quella che ci si vergogni di confezionare un puro e semplice prodotto d’intrattenimento, forse anche per prendere le distanze dalle tante fiction televisive, ma alla fine il risultato è un noir dal ritmo volutamente rallentato, in cui l’indagine vera e propria sembra solo un pretesto per raccordare scene in cui Servillo ha la facoltà di giganteggiare sopra tutti e tutto.
Più che dalle pagine della danese Karin Fossum, il suo dolente personaggio sembra uscito dalla penna di Scerbanenco, o di Dürrenmatt, e non è azzardato dire che il commissario interpretato dall’attore napoletano sembra la versione casereccia del collega americano interpretato da Jack Nicholson ne La promessa. Infatti, tutti e due tengono in pugno il film dall’inizio alla fine, ma al contrario di Servillo, che sembra voler caricare di valenze e inquietudine esistenziale ogni sua presenza sulla scena, nel bellissimo film di Penn, Nicholson riesce a rendere le asprezze del suo personaggio con una prova d’attore coerente, coesa e lontana da ogni forma di gigionismo. Questo a Servillo non riesce quasi mai, ma c’è anche da riconoscere che se non fosse stato per il suo innegabile carisma, probabilmente di questo film avremmo perso le tracce fin dal suo passaggio all’ultimo festival veneziano.

Senza rivelare il finale, possiamo dire che lo scioglimento dell’indagine, sovraccaricata da tante false e inutili piste, lascerà lo spettatore del tutto inappagato, anzi, forse l’aspetto più interessante della storia è stato inavvertitamente lasciato a margine perché proprio nel movente del delitto sono concentrate ambiguità e zone d’ombra che valeva davvero la pena di sondare.
Dopo La sconosciuta, giallo noir penalizzato da una sceneggiatura sgangherata ma comunque di forte impatto emotivo, e quest’ibrido che costituisce La donna del lago, ormai appare evidente che gli autori del nostro cinema si stanno dimostrando inadeguati nel maneggiare generi in cui in passato, soprattutto negli anni settanta, eravamo maestri. Basta rispolverare la cinematografia di virtuosi come Bava, Di Leo, Lenzi e Castellari, per avere una idea più precisa di “come eravamo” ed è paradossale che ogni tanto ce lo debba ricordare anche il buon Tarantino con una delle sue tante citazioni.

Conseguentemente al successo del discreto Romanzo Criminale di Placido, opera che però sfiora di striscio il genere poliziesco e finisce col trovare una più giusta collocazione nel filone dei film di denuncia, ci si poteva aspettare qualcosa di più di qualche maldestro tentativo come nel caso delle pellicole sopra citate ma forse, dobbiamo rassegnarci al fatto che, in questo sterile panorama in cui trovano spazio solo i blockbuster natalizi, le fiction, gli autori che “si faranno” e quelli che si sono già fatti senza che nessuno se ne sia veramente accorto, realizzare un moderno ed efficace noir, come ad esempio il francese 36 Quai des Orfèvres, è fuori dalla nostra portata.

Francesco Moriconi