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BABEL
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Alejandro Gonzalez Inarritu.
Sceneggiatura: Alejandro Gonzalez Inarritu, Guillermo Arringa
Fotografia: Rodrigo Prieto
Scenografia: Brigitte Broch
Costumi: Michael Wilkinson
Musica: Gustavo Santaolalla
Montaggio: Douglas Crise, Stephen Mirrione
Prodotto da: Steve Golin, Alejandro González Iñárritu, Jon Kilik
(USA, 2006)
Durata: 144’
Distribuzione cinematografica: 01 Distribution
PERSONAGGI E INTERPRETI
Richard: Brad Pitt
Susan: Cate Blanchett
Anwar: Mohamed Akhzam
Tom: Peter Wight
Lilly: Harriet Walter
Chiedo: Rinko Kikuchi
Santiago: Gael García Bernal
In uno sperduto villaggio marocchino un uomo e i suoi due figli piccoli stanno acquistando e provando un fucile da caccia. I ragazzini ne sono entusiasti e ottengono di portarlo con loro al pascolo degli animali. L’arma serve per proteggere il bestiame, ma i ragazzini la usano come fosse un giocattolo e si mettono reciprocamente alla prova. Dall’altra parte del pianeta, una tata messicana è intenta a mettere a letto due bambini americani, il padre telefona a casa, è in vacanza in Marocco ed è successo qualcosa di brutto. E’ il fucile che provoca tutto, armeggiato da un destino avverso e da una coppia di fratellini ignari. In Giappone c’è un’altra adolescente alle prese con un disagio che sembra sovrastarla. Ha perso sua madre e ora vive con suo padre, nel mondo silenzioso della sua sordità. Le storie pian piano si dipanano e così s'intrecciano.
Un progetto ambizioso, tre continenti, quattro paesi diversi, un titolo biblico, attori non professionisti e incontrastate star di Hollywood, un regista di innegabile talento, un budget di lusso, “Babel” sulla carta prometteva davvero di regalare al pubblico di mezzo mondo un affresco imponente e indimenticabile, sulla carta però.
Inarritu è un regista con grande mestiere e la sua costruzione complessa, in un bello stile barocco ma al tempo stesso iperrealista, regge bene almeno per i primi 40 minuti. Un gioco di slittamenti temporali, ormai troppo comune per stupire, tiene il cerchio delle vicende avvinto in una spirale macchinosa. Ma proprio di questo si tratta, di un gioco funzionale al risultato che vacilla nel momento in cui se ne avverte l’inutilità. Le storie drammatiche staccano l’una sull’altra con un manierismo compiaciuto che risulta a tratti molto irritante. Lo spettatore meno scaltro avvertirà una vertigine nel passaggio dalla povertà del Marocco all’acciaio giapponese, nel salto brusco dalla polvere africana alla pulizia di un interno californiano, fatto di bei bambini biondi e una tata messicana. Ma il pubblico più smaliziato troverà difficile elevare un banale luogo comune ad assoluta verità. Si scoprirà più irritato che commosso ad un’idea che rimanda alla globalizzazione ma non ne tocca nemmeno un briciolo di verità, che evoca il dolore e grida con prosopopea “ora vi mostro quanto dolore ci sia nel mondo”.
L’idea di fondo è onesta, ma il modo assolutamente no. Inarritu cede ad una certa ruffianeria e non riesce ad evitare il paternalismo, sfruttando tutti i mezzi drammatici di cui dispone, e sono davvero molti.
“Babel” è concepito come il terzo episodio di una trilogia iniziata con “Amores Perros” e proseguita con “21 grammi” ma manca delle qualità delle due pellicole precedenti.
C’è un intento epico e simbolico concentrato sul fucile, l’arma che innesca il meccanismo e diffonde il male nelle storie. L’arma che rappresenta la violenza e la stupidità che Inarritu vorrebbe simboleggiare piuttosto che rappresentare. Ma la simbologia usa un linguaggio fatto per sottrazione e non appartiene a questo film. Piuttosto il contrario, le storie umane procedono artefatte e pompose verso una fine di imbarazzante buonismo.
La critica alla società moderna è sbandierata: la polizia di tutti i paesi del mondo è pressappochista e violenta, l’incomunicabilità tra esseri umani, rappresentata dalle quattro lingue cui si aggiunge quella dei sordomuti, è fonte di dolore e sofferenza, i paesi in via di sviluppo sono vittime dei paesi occidentali e sviluppati, in primis degli Stati Uniti.
Tutte le tesi passano sullo schermo come una chiacchiera da salotto, ben confezionate ma senza sofferenza vera, e soprattutto senza coraggio. Denunciare e raccontare il male prevede di trovarsi in una posizione scomoda, di scontentare chi non è d'accordo e far soffrire chi lo è. Questo film accontenta tutti e piacerà, perchè è superficiale e infonde una consolante idea di aver passato due ore a riflettere ed essersi così ripuliti la coscienza. Un peccato, un vero spreco di mezzi imponenti e di grandi talenti e di alcune idee potenzialmente davvero buone.
Danila Filippone
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