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CARS
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: John Lasseter
Sceneggiatura: Dan Fogelman, John Lasseter, Joe Ranft, Kiel Murray, Phil Lorin, Jorgen Kublien
Fotografia: Jeremy Lasky
Scenografia: William Cone, Bob Pauley
Supervisione animazione: Scott Clarke, Doug Sweetland
Musica: RAndy Newman
Montaggio: Ken Schretzmann
(USA, 2006)
Prodotto da: Darla K. Anderson
Durata: 114’
Distribuzione cinematografica: Buena Vista
PERSONAGGI E INTERPRETI
VOCI ITALIANE
Saetta McQueen: Massimiliano Manfredi
Sally: Sabrina Ferilli
Carl Attrezzi: Marco Messeri
Luigi: Marco Della Noce
Guido: Alex Zanardi
Chick Hicks: Pino Insegno
Saetta McQueen è un bolide votato al successo. Inaspettatamente, si trova costretto ad una deviazione nella cittadina solitaria di Radiator Springs, lungo la famosa Route 66. Mentre cerca di ripartire per partecipare all’ambita Piston Cup in California, dove lo attendono due temibili avversari, McQueen conosce a fondo i bizzarri personaggi del luogo: il Dottor Hudson, Sally, Luigi e Carl Attrezzi. Con loro, scoprirà quanto c’è di più importante dei bei trofei.
Non sempre si può essere impeccabili. Non sempre, la ricerca di una forma narrativa immediata, chiara e pregnante può esimersi dal sacrificare qualcosa lungo la strada. Nel caso della Pixar, pioniera dell’animazione in CGI capitanata dall’audace John Lasseter, l’idea di costruire un cavalcavia tra le fiabe classiche e il grande cinema americano è tanto ambiziosa da non escludere rischi, facilmente a scapito della spontaneità: lungaggini, sottotracce ridondanti, personaggi complicati e sconnessi possono sopraffare il ritmo della storia, rendendo impossibile distinguere la traccia originaria da tutte le altre nate ai suoi margini. Ma di tale presunta negligenza, che ha condizionato il giudizio di molta critica statunitense su “Cars”, prendiamo atto con un gran beneficio del dubbio, legittimato dalla coerenza e dal trasporto che lo qualificano, dalla delicata compenetrazione di passioni che sfiorano luoghi e personaggi, dalla sua fede negli individui e dallo spessore del messaggio che ad essa si lega. Sebbene sia tra i lungometraggi animati più prolissi della scuderia Disney (circa 2 ore), nulla viene sprecato nell’economia del racconto e ogni passaggio concorre a far coesa la struttura del genere a cui Lasseter vuol rendere omaggio: il western, il grande cinema di frontiera che della tradizione hollywoodiana è la spina dorsale e che qui, come in un Peckinpah edulcorato dalla turpitudine, rievoca con struggente intensità i miti del viaggio, della scoperta e della crescita. Attributo, questo, che lo vincola ad un pubblico circoscritto, anzitutto per lo spesso divario che è venuto ormai a crearsi tra il western e il gusto delle nuove generazioni.
Non bastano allora i richiami epici, il rapporto capillare tra il paesaggio e i personaggi, o la verosimiglianza delle loro tipologie a rendere il film più appetibile. E il momento poco propizio, per questo gioiello paraletterario, accresce anziché escludere la sensazione di un’opera nuova e audace: adulta e, in relazione alle pellicole precedenti, assai meno attinente alla narrativa per l’infanzia. Per la Pixar, che ha creato a sua immagine questo genere cinematografico, è l’alba di una nuova era.
Francesco Russo
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