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Numero 78 - Giugno / 2006

   

I film del mese

 
   
 
 
 



IL CUSTODE (MORTUARY)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Tobe Hooper
Sceneggiatura: Jace Anderson, Adam Gierasch
Scenografia: Rob Howeth
Fotografia: Jaron Presant
Costumi: Shawnelle Cherry
Montaggio: Andrew Cohen
Musica: Stephen Cohen, Joseph Cohen
Prodotto da: Tony DiDio, E.L. Katz, Peter Katz, Alan Somers
(USA, 2005)
Durata: 94’
Distribuito da: Eagle Pictures

PERSONAGGI E INTERPRETI

Jonathan Doyle: Dan Byrd
Leslie Doyle: Denise Crosby
Jamie Doyle: Stephanie Patton
Liz: Alexandra Adi
Grady: Rocky Marquette

La famiglia Doyle si trasferisce in una zona rurale della California per cominciare una nuova vita ed avviare la sua macabra attività: una società locale di pompe funebri, in passato gestita dai sinistri fratelli Fowler. Gli abitanti del luogo ne hanno sempre avuto timore e le dicerie sui suoi proprietari non si sono mai sedate. I Doyle scopriranno presto che qualcosa si nasconde vicino la loro nuova casa.

La storia del cinema di genere ci insegna che il tempo nuoce ai maestri. Tobe Hooper, che dell’horror ha scritto il presente precorrendolo dapprima con “Non aprite quella porta”, poi con “Poltergeist”, è tra coloro che l’industria ha fagocitato nel tumulto degli anni ’80 e archiviato insieme al loro declino. Un regista di grande talento estetico, che ha il merito di aver aperto la strada ad una prolifica generazione di emuli smaniosi d’infrangere i tabù della violenza con film di carne e sangue, in cui lo sguardo doveva adattarsi a nuovi eccessi e a nuove forme di repulsione. Quello che nel tempo si è perduto (escludendo il riuscito “Toolbox murders”) va cercato nella sua improvvisa migrazione da un background artigianale ad un’inutile dovizia di risorse tecniche, che hanno gettato nell’ombra tutte le qualità del suo stile grezzo. Gli stessi scogli sui quali è andato ad arenarsi anche quest’ultimo progetto, non per caso mai entrato nelle sale statunitensi: atmosfere gotiche da archeologia dell’horror; spunti impersonali di una corrente che, vent’anni fa, ricalcava dalla narrativa di Stephen King tutti i suoi modelli espressivi; impiego incontrollato della computer grafica in sostituzione dello splatter. Dettagli, questi, a cui potrebbe persino attribuirsi un significato se tarati sull’ironia che ci si attenderebbe dall’autore.

Qui, al contrario, sono così aggravati dalla sua anomala propensione a prendersi sul serio, che le incongruenze della trama risuonano via via che il film precipita verso il finale. La qual cosa, ancor più di un prodotto mal riuscito, non fa onore all’imprescindibile ruolo del cinema di Hooper. Un ritorno ancora in sordina.

Francesco Russo