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Numero 0 - Maggio / 2006

   

I film del mese

 
   
 
 
 



VOLVER

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Fotografia: José Luis Alcame
Scenografia: Salvador Parra
Costumi: Bina Daileger
Musica: Alberto Iglesias
Montaggio: José Salcedo
Prodotto da: Esther García, Augustin Almodóvar per El Deseo
(Spagna, 2006)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: Warner Bros

PERSONAGGI E INTERPRETI

Raimunda: Penélope Cruz
Irene: Carmen Maura
Sole: Lola Dueñas
Agustina: Blanca Portillo

Volver, tornare. Alla commedia, quella di “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, ma anche al naturalismo surrealista di “Che ho fatto per meritare questo?”. Alle attrici del passato remoto (Carmen Maura, recuperata dopo diciassette anni) ed a quelle del passato prossimo (Penélope Cruz, già vista in “Tutto su mia madre”). Alle proprie radici, a quella Mancha tormentata da un vento simile a quello che batteva la Macondo di Garcìa Márquez, alla figura materna, all’universo muliebre che egli sa raccontare come pochissimi altri hanno fatto (George Cukor, ad esempio, il cui “Donne” è un chiaro modello di riferimento). Ma, anche, “tornare” in senso traslato: affrontare il rimosso, confrontarsi con i propri spettri, sciogliere i nodi rimasti irrisolti. Tutto questo, e molto altro ancora, è “Volver”, opera centrale dell’ultimo Almodóvar dopo l’interlocutorio “La mala educación”, compendio di un’esistenza e summa di un periodo, ritratto dell’artista che vede la giovinezza come una nave in procinto di lasciare il porto.

Al centro della narrazione, due sorelle assai diverse fra loro, Raimunda e Sole: la prima, mal coniugata e con una figlia, cela un segreto che ne mina l’apparente sicurezza; la seconda, bonaria ed insicura, vive sola e sbarca il lunario facendo la parrucchiera abusiva. Le unisce la pena per la perdita dei genitori in un incendio, anni addietro; pur vivendo a Madrid entrambe, conservano un legame forte con i luoghi d’origine, incarnato da una vecchia zia un po’ stranita. Ed è proprio la scomparsa improvvisa di quest’ultima, che porta Sole a recarsi al funerale e a far ritorno a casa con una presenza singolare: il fantasma della madre, ricomparsa per pagare un “pegno” a chi è ancora vivo…

Da queste premesse, si diparte una storia intricata e lineare, ilare e commovente, che da un lato costeggia la tv del dolore sbeffeggiata nel film medesimo, dall’altro procede come una commedia di caratteri attenta al disegno delle psicologie. Incrocio perfetto – per usar le parole del regista medesimo – tra “Il romanzo di Mildred” e “Arsenico e vecchi merletti”. “Volver” inserisce l’elemento soprannaturale in una struttura ariosa e leggera, con un innesto che non mostra suture. La morte, elemento fondamentale della pellicola, diviene parte della vita, a cominciare da quello strepitoso inizio dove un gruppo di donne sono intente a ripulire le lapidi dei propri defunti, qualcuna quella che un giorno sarà la propria (un’usanza tipicamente spagnola).
Pur se insanguinata da un recente omicidio e segnata da due antichi, l’innocenza, la tenerezza, la bellezza dei personaggi pare non risentirne. I rancori antichi, tenuti sotto chiave, si dissolvono di fronte alla necessità, alla forza dell’amore: e il finale, sospeso fra realtà e immaginazione, chiude il cerchio in maniera incantevole. L’aggettivo giusto per definire, pure, le prove fornite da interpreti che paiono nate per i rispettivi ruoli.

Francesco Troiano