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STAY – NEL LABIRINTO DELLA MENTE (STAY)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Marc Forster
Sceneggiatura: David Benioff
Fotografia: Roberto Schaefer
Scenografia: Kevin Thompson
Costumi: Frank Fleming
Musica: Asche&Spencer
Montaggio: Matt Chessé
Prodotto da: Arnon Milchan, Tom Lassally, Eric Kopeloff
(Usa, 2005)
Durata: 99'
Distribuzione cinematografica: Fox Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Sam Foster: Ewan McGregor
Lila: Naomi Watts
Henry: Ryan Gosling
Dr.Leon Patterson: Bob Hoskins
Sam Foster, giovane psichiatra di successo, si occupa prevalentemente di casi d’evidente patologia neurotica: uno dei suoi più brillanti risultati consiste nell’aver salvato dal suicidio una fragile e brillante artista, Lila, poi diventata la sua fidanzata. Dovendo sostituire un collega ammalato, Sam si trova a curare Henry Letham, uno studente di college introverso ed ossessionato dalla poesia e dalla morte, che gli annuncia di aver deciso d’uccidersi pochi giorni dopo, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno. Disposto a tentare qualunque cosa pur di salvare la vita del paziente, Sam cerca di ottenere informazioni su di lui e di penetrare a fondo nella sua esistenza; pian piano, addentrandosi nel labirinto della mente di Henry, il terapeuta si trova però coinvolto in incontri e situazioni sempre più lontane dalla realtà, mentre la stessa Manhattan sembra trasformarsi in uno scenario surreale: sino al punto in cui egli non riesce più a distinguere ciò che è reale da quanto accade solamente nella sua testa…
Alle prese con uno spunto dal respiro corto, di quelli che Rod Serling avrebbe adoperato a suo tempo per un episodio di “Ai confini della realtà”, Marc Forster (“Monster’s Ball”, “Neverland”) pretende invece di cavarne un lungometraggio, fidandosi della sceneggiatura – modesta, in verità – di David Benioff (“La 25° ora”) e della suggestiva fotografia di Roberto Schaefer. Aperto e chiuso da un incidente automobilistico che fornisce una possibile soluzione all’enigma, “Stay” gira purtroppo a vuoto per gran parte del suo metraggio: segnatamente la seconda parte, dove i confini tra reale ed immaginario si fanno via via più esili, risulta poco coinvolgente malgrado una certa eleganza figurativa (il passaggio da una sequenza all’altra, mettendo al centro della seconda oggetti apparsi di sfuggita nella prima, è a volte intrigante). Poco adatto ad un cinema immaginoso ed onirico, Forster dirige in maniera anonima, notarile: gli attori fanno quanto possono alle prese con personaggi approssimativamente disegnati, che mai coinvolgono lo spettatore nelle spire dell’incubo.
Francesco Troiano
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