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MATCH POINT
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Remi Adefarasin
Scenografia: Jim Clay
Costumi: Jill Taylor
Montaggio: Alisa Lepselter
Prodotto da: Letty Aronson, Gareth Wiley, Lucy Darwin
(UK, 2005)
Durata: 124'
Distribuzione cinematografica: Medusa
PERSONAGGI E INTERPRETI
Jonathan Rhys-Meyers: Chris
Scarlett Johansson: Nola
Emily Mortimer: Chloe
Matthew Goode: Tom
Tennista dal discreto passato sportivo, il giovane irlandese Chris approda in un esclusivo club londinese come insegnante di tennis. Tra i suoi allievi figura Tom, rampollo della ricca famiglia Hewitt, col quale egli stabilisce da subito un rapporto d’amicizia. Entrato nell’esclusivo giro, Chris si fidanza con la sorella di Tom, Chloe, che finisce presto per sposare. Contemporaneamente, però, egli è travolto da una torrida passione per Nola, l’ex-ragazza di Tom: il rapporto rischia di compromettere il matrimonio – e la prestigiosa carriera, già iniziata - di Chris, allorché ella rimane incinta ed esige che della situazione venga informata Chloe…
In trasferta londinese dopo i discutibili esiti del periodo Dreamworks, Allen ci regala con “Match Point” - il punto decisivo a tennis, talvolta deciso da una pallina che batte sul nastro e può ricadere da una parte o dall’altra del campo di gioco, come nella sorprendente sequenza iniziale – il suo miglior film da parecchie stagioni a questa parte, un implacabile racconto morale che riecheggia per temi ed atmosfere il bellissimo “Crimini e misfatti” (1989).
Il nume tutelare di ambedue le pellicole è, con ogni evidenza, Dostoevskij (anche se il fatto che un fucile venga mostrato nel primo atto per sparare nell’ultimo pare un omaggio alle teorizzazioni dell’amato Cechov); in entrambe l’assunto – il delitto che resta senza castigo, il ruolo decisivo del caso, l’assenza di qualunque forma di giustizia – è scorato, angosciante, quasi nichilista; in tutt’e due l’ambientazione altoborghese ed i privilegi di classe nascondono ferocia, cinismo, disprezzo per l’altrui esistenza.
Londra si rivela immediatamente una perfetta location per imbastire questa amara commedia che vira, nella parte conclusiva, verso una macabra danza strindberghiana. Lo spettatore è in qualche modo incoraggiato ad identificarsi con Chris, l’ambizioso apparentemente bonario che incappa in una pericolosa relazione: salvo mostrarci la sua perniciosa involuzione come il portato di un universo in cui le regole morali hanno un valore relativo e talvolta risibile, dove le convenzioni e gli oggetti di lusso contano assai più della sincerità e dell’onore.
Il teorema alla base della narrazione – su tutto domina il caso, è preferibile avere fortuna che talento – è illustrato con cartesiana lucidità. Sorprende, in un cineasta settantenne e non avvezzo a trattar certi temi, la sensualità che riesce a far promanare dal personaggio di Scarlett Johansonn sin dalla sua prima battuta (“chi è la mia prossima vittima?”, mentre è impegnata in una partita a ping-pong); lo stile d’assoluta classicità, evidenziato dall’uso d’arie d’Opera (“Una furtiva lagrima”, “Un dì felice, eterea”, “Caro nome”, “Mal reggendo l’aspro assalto”) in luogo delle predilette canzoni di Gershwin, Porter, Kern, è invece solo una conferma dell’impareggiabile magistero del Nostro, che siamo lieti vedersi compiutamente dispiegare come nelle stagioni sue più felici.
Francesco Troiano
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