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L'ARCO (HWAL)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Kim Ki-duk
Sceneggiatura: Kim Ki-duk
Fotografia: Jang Seung-baek
Scenografia: Chungsol Art
Costumi: Kim Kyung-mi
Musica: Kang Eunil
Montaggio: Kim Ki-duk
(Francia, 2005)
Prodotto da: Kim Ki-duk
Durata: 90’
Distribuzione cinematografica: Mikado
PERSONAGGI E INTERPRETI
Il vecchio: Jeon Sung-hwan
La ragazza: Han Yeo-reum
Il ragazzo: Seo Ji-seok
In mare aperto, a bordo di un’imbarcazione da pesca, un vecchio ed una ragazza vivono insieme da dieci anni, in attesa che lei raggiunga l’età adatta per unirsi a lui in matrimonio. L’anziano pescatore, che si mantiene accogliendo occasionalmente curiosi turisti, usa un arco per difendere la fanciulla dalle loro seccanti attenzioni: il medesimo strumento che, trasformato in lira, suona per lei delicate melodie, o la assiste nella divinazione del futuro. Quando un ospite vuole conoscere il suo destino, la ragazza si avvolge un panno bianco intorno al polso ed inizia a dondolare sopra un altalena, innanzi ad un Buddha disegnato sulla fiancata della barca. Da lontano, tre frecce vengono scagliate nella sua direzione, senza neppure sfiorarla. Questo idilliaco contesto, però, si sgretola con l’arrivo di un giovane pescatore verso cui la ragazza prova un’impulsiva attrazione, scatenando la gelosia del suo compagno. Il conflitto avrà per entrambi dolorose conseguenze.
Quinto film di Kim Ki-duk a giungere nel nostro paese, “L’arco” è forse l’opera che meglio sottolinea il carattere fiabesco del suo cinema. Cominciando dall’ambientazione che, nell’eterna metafora del mare, serra il triste fato dei protagonisti su di una barca eremitica, lontana dal resto del mondo e al tempo stesso calco delle sue inquietudini. Un assunto sulla base del quale il regista sovrappone ulteriori simboli, il principale rappresentato dal dualismo dell’arco: arma devastante così come soave strumento musicale; immagine di “opposte tensioni”, che richiama la dottrina di Eraclito sull’armonia dei contrari. L’ossessivo legame del vecchio con la ragazza, infatti, si nutre di questa precaria conformità, compromessa senza rimedio dall’intromissione di un nuovo amore. Inatteso, giunge il momento in cui la realtà inizia ad erodere la favola, divenuta ormai una prospettiva troppo arbitraria per non sfuggire al controllo del suo imprudente mistificatore. Che egli ne sia o meno consapevole, la vita si mostra per sua natura governata da prosaiche leggi esistenziali. Al solito, nello spazio metafisico vagheggiato dall’autore s’impone un silenzio profondo che affida ai dettagli formali la responsabilità di comunicare. Non soltanto con il linguaggio dei corpi ma, prima di tutto, con il vigore d’inquadrature densamente pianificate, in sé pittoriche ed espressive ben oltre il significato delle parole.
In tal misura, “L’arco” è un film di autentica visionarietà, summa di numerosi archetipi cinematografici. Ed è per tale ragione che la dimensione onirica del racconto si dischiude sul finire, suggerendo il sogno come suo autentico filo conduttore. Pur senza toccare l’audacia delle pellicole precedenti, questa di Kim Ki-duk è forse la più chiara e coinvolgente; garanzia di un giovane cineasta che, nonostante la singolarità del suo stile, sta già segnando i tempi.
Francesco Russo
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