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Numero 71 - Ottobre / 2005

   

I film del mese

 
   
 
 
 

Intervista a Wes Craven

RED EYE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Wes Craven
Sceneggiatura: Carl Ellsworth
Fotografia: Robert Yeoman
Scenografia: Bruce Alan Miller
Costumi: Mary Claire Hannan
Musica: Marco Beltrami
Montaggio: Patrick Lussier, Stuart Levy
(USA, 2005)
Prodotto da: Chris Bender, Marianne Maddalena
Durata: 86’
Distribuzione cinematografica: UIP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Lisa Reisert: Rachel McAdams
Jackson: Cillian Murphy
Joe Reisert: Brian Cox
Cynthia: Jayma Mays
Charles Keefe: Jack Scalia

In attesa dell’aereo che la riporti a Miami, dove gestisce un importante albergo, Lisa Reisart fa la conoscenza di un affascinante uomo d’affari. Salita a bordo, la ragazza scopre con piacere che il suo nuovo amico le siede accanto, ma appena dopo il decollo viene turbata da una tragica rivelazione: il giovane, di nome Jackson, è in realtà un killer professionista incaricato di assassinare il responsabile della sicurezza nazionale, al momento residente nell’albergo di Lisa. Minacciandola di farle uccidere il padre nella sua nuova casa, Jackson inizia a ricattarla perché lo aiuti nei suoi loschi intenti. Lisa cercherà di fronteggiare l’avversario, sola e a 9.000 metri di altezza, ingannandolo con qualche sotterfugio e prendendo tempo per salvare la propria vita, quella del padre e quella dei passeggeri.

Dall’affermazione ottenuta con “Nightmare – Dal profondo della notte”, passando per l’innovativa trilogia di “Scream”, il cinema di Wes Craven è mutato verso la ricerca di una struttura più sistematica, agile nel flusso narrativo e polarizzata su impressivi artifici di causa ed effetto. La smania di adoprarsi per una riforma pedagogica dei generi ha così sostituito negli anni l’horror propriamente detto, per affermare - in seno soprattutto a “Scream” – che la necessità di rinnovarsi è imprescindibile da un'audace disamina delle regole, percepite dal regista come assiomi coercitivi. Su questo indirizzo, la sua ultima fatica si dimostra un ammirevole esercizio di stile, diviso in due parti ben determinate dalla separazione degli ambienti: l’uno serrato e claustrofobico; l’altro esteso agli spazi che la prima parte si limita ad introdurre. L’aereo, dove l’azione prende piede, è un non-luogo in cui i personaggi si misurano sull’attrito dei loro opposti – uomo-donna, bene-male, affezione-distacco – generando un violento conflitto di personalità che sviluppa una tensione immanente, originata da un confronto di sguardi e di movimenti in taluni casi espressi con essenziale moderatezza. E’ il compimento di un criterio, nonostante le ambizioni autarchiche di Craven, tipicamente hitchockiano. La seconda parte, più convenzionale, culmina con l’ironia implicita nella grammatica del regista, attraverso un crescendo di gore e di ritmo che valorizza ambienti diversi senza tradirne la specificità, tanto tra le monumentali sale dell’albergo che nelle piccole stanze della casa paterna.

“Red eye” è un film dominato dalle contrapposizioni; di grande valore semantico, ma al contempo trascurato nel chiarimento dei suoi significati morali, per mera deduzione ricondotti ad un’irrisolvibile battaglia dei sessi (nonostante la donna, sembra dirci Craven, abbia più armi nel suo arsenale). Sta allo spettatore decidere se ciò basti a legittimare uno spettacolo ben orchestrato, tenuto anche conto che in meno di 90 minuti l’azione viene diluita con coerenza attraverso tre distinti piani sintattici (l’aereo, l’albergo, la casa). In ogni caso, va dato merito al coraggio di un regista che ha scelto ancora di tentare nuove strade, incurante dei rischi che questa sfida inevitabilmente comporta.

Francesco Russo