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BOOGYEMAN – L’UOMO NERO (BOOGYEMAN)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Stephen Kay
Sceneggiatura: Erik Kripke, Juliet Snowden, Stiles White
Fotografia: Bobby Bukowski
Scenografia: Robert Gilles
Musica: Joseph Ludoca
Montaggio: John Axelrad
(USA, 2005)
Durata: 89’
Prodotto da: Sam Raimi, Rob Tapert
Distribuzione cinematografica: Eagle Pictures
PERSONAGGI E INTERPRETI
Tim: Barry Watson
Kate: Emily Deschanel
Madre di TimLucy Lawless
Franny: Skye McCole Bartusiak
Jessica: Tory Musett
Tim, ormai adulto, ha terrore del buio dall’età di otto anni. La causa delle sue fobie risale all’infanzia e alla misteriosa scomparsa del padre, di cui ha perduto ogni traccia. Ma il ragazzo, a differenza di tutti, è ben consapevole di quanto sia accaduto: un mostro senza nome, uscito d’improvviso dall’oscurità del suo armadio, ha catturato ed ucciso il genitore come già era accaduto ad altri. Tim deve ora fare i conti con il passato, sconfiggere le sue paure e tornare nella vecchia casa, per affrontare una volta per tutte l’origine dei suoi incubi.
Mediocre horror di stampo adolescenziale, “Boogeyman – L’Uomo Nero” fa presa sull’innato terrore per il buio che ognuno, anche se in diversa misura, porta dentro. Nonostante siano poche le pellicole dedicate al mostro per antonomasia, terrore infantile che racchiude in sé il mistero della notte, il cinema dell’orrore ne ha sempre fatto le veci materializzando nell’oscurità ciò che per definizione non può essere visto; trasformandolo nell’eponimo di leggendari demoni di celluloide (come Alien, Freddy Kruger e Michael Myers) con un devoto rispetto delle sue origini. Forse anche per questo, il film di Stephen Kay (“La vendetta di Carter” con Sylvester Stallone) non rappresenta una novità. Sottratti di sana pianta a “La casa” di Sam Raimi, i suoi prevedibili attimi di tensione si esauriscono negli stereotipi del genere senza riservare sorprese, tanto da lasciar intuire con largo anticipo quando sia il momento di “chiudere gli occhi”.
Spettri ed ombre vengono assorbiti da atmosfere fittizie che li congelano in un’estetica patinata e impersonale, ma restano ad ogni modo più suggestivi della creatura che li ha generati: uno spauracchio in computer grafica inadatto a suscitare emozioni e vagamente affine per aspetto all’Imhotep de “La mummia”, in questo contesto non altrettanto persuasivo. Il nome di Raimi, tra i produttori, non basta a riscattare il film dalla leggerezza con cui è stato realizzato, ovvia e imbarazzante soprattutto nella precipitosa chiusura del finale.
Francesco Russo
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