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LA MIA VITA A GARDEN STATE (GARDEN STATE)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Zach Braff
Sceneggiatura: Zach Braff
Fotografia: Lawrence Cher
Scenografia: Judy Becker
Costumi: Michael Wilkinson
Musica: Chad Fischer
Montaggio: Myron Kerstein
(USA, 2004)
Durata: 103'
Prodotto da: Gary Gilbert, Dan Halsted
Distribuzione cinematografica: Buena Vista
PERSONAGGI E INTERPRETI
Andrei Largeman: Zach Braff
Sam: Natalie Portman
Mark: Peter Sarsgaard
Dave: Alex Burns
Kenny: Michael Weston
Stabilitosi a Los Angeles da nove anni, l’attore emergente Andrew Largeman torna nella natia Garden State per i funerali della madre. In una attimo, le paure del suo passato si svegliano dopo un lungo letargo, quando l’incontro con il padre costringe il ragazzo ad una prova di carattere che non è in grado di superare. A sollevarlo dalle preoccupazioni è, invece, l’entusiastica accoglienza dei vecchi compagni di scuola, che lo trascinano alle loro feste aiutandolo a sentirsi nuovamente a casa. Ma a nulla servirebbero le attenzioni degli amici se non fossero accompagnate dal sostegno di una ragazza: si tratta dell’esuberante e spontanea Sam, con cui Andrew lega profondamente malgrado i netti contrasti tra le loro personalità. Dal momento in cui si conoscono, l’amore apre in lui nuove speranze, guarendo il suo cuore da antiche ferite.
Da “American Graffiti” a “Fandango”, da “Animal House” ad “American Pie”, negli ultimi trent’anni gli affreschi generazionali hanno commentato le ansie e i sogni dei giovani americani per ravvivarli sotto una luce intima ed evocativa. A ricordare i loro valori è il cinema: esclusivo archivio della memoria che ritrova le emozioni obliate dalla crescita e celebra con esse l’effimera armonia dell’adolescenza. Nell’età, essenzialmente, in cui ogni cosa appare sublime per il solo fatto di essere vivi. L’opera prima di Zach Braff – popolare interprete della serie televisiva “Scrubs” – s’inserisce in una fase di passaggio, dove la routine quotidiana si scontra con la necessità di cambiare affrontando i dilemmi che la condizionano, mentre il passato incede come un’ombra alle spalle di Andrew. L’infanzia trascorsa nel clima ovattato della provincia, in cui immaginiamo il protagonista sia cresciuto, resta estranea al corpo filmico e si sviluppa invece in un intrico di sottintesi pregno d’illuminanti sfumature, costituendo forse l’idea più interessante de “La mia vita a Garden State”. Per il resto, stile e trama associano i modelli convenzionali del teen-movie all’atmosfera onirica del nuovo cinema di tendenza, in un ritratto della frustrazione giovanile che richiama vagamente il registro narrativo di “Donnie Darko”.
Il dolente stato d’animo del protagonista, a tratti stemperato dai toni grotteschi della prosa, domina la rappresentazione trascinando tutti i personaggi in un disordine esistenziale che non trova sfogo, isolato tra i confini (culturali) di un piccolo centro urbano. Purtroppo, le indovinate intuizioni di questo esordio sono in buona parte compromesse dai suoi difetti di struttura: primo fra tutti l’approssimato profilo dei comprimari che, a conti fatti, appaiono incompiuti e ininfluenti sullo scioglimento del racconto. In un cast già carente di talenti – eccezione fatta per gli sporadici interventi di Ian Holm – convince poco anche Natalie Portman, che interpreta a soggetto, ma senza ispirazione, un personaggio oltremodo sopra le righe.
Francesco Russo
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