|
LA CADUTA (DER UNTERGANG)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Oliver Hirshbiegel
Sceneggiatura: Bernd Eichinger, tratto dal saggio di Joachim Fest “La disfatta”, edito da Garzanti e da “Fino all’ultima ora” di Traudl Junge, edito da Mondadori
Fotografia: Rainer Klausmann
Scenografia: Bernd Lepel
Costumi: Claudia Bobsin
Musica: Stephan Zacharias
Montaggio: Hans Funck
Prodotto da: Bernd Eichinger
(Germania, 2005)
Durata: 150’
Distribuzione cinematografica: 01 Distribution
PERSONAGGI E INTERPRETI
Adolf Hitler: Bruno Ganz
Traudl Junge: Alexandra Maria Lara
Magda Goebbels: Corinna Harfouch
Eva Braun: Juliane Koheler
Hermann Fegelein: Thomas Kretschmann
Albert Speer: Heino Ferch
Prof. Ernst-Gunther Schenck: Christian Berkel
Prof: Werner Haase: Matthias Habich
20 aprile 1945. I russi sono alle porte di Berlino. Nel bunker sotto la cancelleria, Adolf Hitler e i suoi generali vivono i loro ultimi giorni.
Il Fürher alterna momenti di depressione, nei quali ha la lucida consapevolezza della fine e progetta il suo suicidio, ad altri in cui, improvvisamente rianimato, decora al valor militare dei bambini arruolati nella Hitler-Jugend e conduce riunioni di guerra ove ordina ai generali superstiti di muovere divisioni inesistenti, progettando controffensive impossibili. Nessuno ha il coraggio di rivelare al capo supremo la verità: non c’è più nulla da difendere, la capitale del Reich è un cumulo di macerie, la resa è inevitabile. Intanto Himmler progetta di arrendersi agli americani, Goering, nel suo rifugio da Berchtesgaden si nomina comandante supremo e Fegelein, cognato di Eva Braun e ufficiale delle SS, scappa dal bunker. Hitler reagisce con esplosioni di furia incontrollata, degradando i traditori oppure facendoli fucilare. L’unico che sembra ancora avere il potere di farlo ragionare è Albert Speer, ministro degli armamenti, una volta celebre architetto nella Germania nazista. La giovane Traudl Junge, segretaria di Hitler, assiste impotente a questo susseguirsi grottesco di follie, comprendendo per la prima volta la ferocia del dittatore. Il 30 aprile, quando il despota si uccide insieme a Eva Braun e anche Goebbels sacrifica se stesso, i suoi sei figli e la moglie al Reich, la giovane Junge tenta una fuga disperata sotto l'incessante bombardamento dell'artiglieria sovietica.
Reduce da polemiche in patria, “La caduta” racconta gli ultimi dieci giorni del Reich con grande accuratezza storica. Come in tutte le opere ispirate ad avvenimenti storici anche questa non è esente da un “effetto fiction” didascalico, anche se il clima di anarchia e di violenza degli ultimi giorni del regime nazista, è reso con estrema crudezza e il cast contribuisce all’assoluta verosimiglianza. Merito sopratutto di Bruno Ganz, straordinario nella sua interpretazione del dittatore malato, con la mano sinistra sempre nascosta dietro la schiena per nascondere il tremolio del Parkinson, a volte furioso, a volte patetico, come nella scena in cui Speer rivela al dittatore di avere disobbedito ai suoi ordini di fare tabula rasa della Germania e questi lo lascia andare senza replicare.
La fine del Fürher è già stata oggetto di trasposizioni cinematografiche, ricordiamo “Gli ultimi giorni di Hitler” di Ennio De Concini del 1973, ispirato all’omonimo saggio dello storico inglese Hugh Trevor-Roper (Rizzoli, 2000), oppure “The Bunker” del 1981, con Anthony Hopkins nel ruolo del dittatore. Stavolta, il film diretto da Olivier Hirshbiegel (“Das Experiment”) e scritto dal produttore Bernd Eichinger (“Il nome della rosa”), è tratto da “La disfatta. Gli ultimi giorni di Hitler e la fine del Terzo Reich” (Garzanti, 2002), importante volume dello storico Joachim Fest, massima autorità scientifica sul nazismo, autore anche di una monumentale biografia dedicata al dittatore tedesco (“Hitler”, Garzanti, 1999), nonché di un altro importante studio sulla vita di Albert Speer (“Speer. Una biografia”, Garzanti, 2004).
Lo studio di Fest costituisce la struttura portante degli eventi storici narrati, mentre tutta la parte aneddotica, relativa al privato del tiranno, è ispirata a “Fino all’ultima ora” (Mondadori, 2004), le memorie di Traudl Junge, segretaria privata di Hitler dal 1942.
Il regista Wim Wenders ha accusato il film di ritrarre il Führer in una dimensione troppo umana, quando ad esempio ascolta teneramente una canzone cantata dai sei figli di Goebbels (prima di essere uccisi per mano della madre), oppure si complimenta con la cuoca per i deliziosi ravioli (pochi attimi prima di suicidarsi), rischiando così di minimizzarne il suo mostruoso operato. Non è semplice scandagliare la mente di uno dei criminali più feroci di tutti i tempi: nella sterminata bibliografia esistente, il giornalista Ron Rosebaum ha dedicato uno degli studi più interessanti proprio alla psicologia del politico (“Il mistero Hitler”, Mondadori, 2000), cercando di decodificarne i comportamenti.
L’accusa di Wenders però si rivela inconsistente, poiché il despota tedesco è ritratto in tutta la sua ferocia. “I tedeschi votandolo hanno deciso di tagliarsi la gola da soli”, dichiara Goebbels, fornendo così la chiave di lettura corretta. Certo, sarebbe stato semplice ritrarre Hitler con le corna e il forcone, ma in questo caso sarebbe stato difficile giustificare perché 80 milioni di tedeschi lo seguirono fino alla catastrofe finale. “In politica è il Fürher, nella vita privata è Hitler.”, così Eva Braun spiega ad un'esterrefatta Traudl Junge le esplosioni d'ira del personaggio che, proprio perché in apparenza normale, nascose subdolamente quella che la saggista Hannah Arendt definì in un suo celebre studio, riferendosi al carnefice di Auschwitz Adolf Eichmann, “La banalità del male” (Feltrinelli, 2001).
Ma è la vera Traudl Junge a fare piazza pulita di tutte le illazioni sul presunto minimalismo storico della pellicola, apparendo nell’ultima sequenza: "Quando, dopo il processo di Norimberga, venni a sapere cosa era veramente successo, tirai un sospiro di sollievo nello scoprire che il mio lavoro di segretaria non aveva a che fare con quello. Poi però passando davanti alla targa affissa in ricordo di Sophie Scholl scoprii che avevamo la stessa età e nell'anno stesso in cui lei veniva uccisa io cominciavo a lavorare per Hitler. Il fatto che fossimo giovani non ci giustifica dal non aver saputo".
Maurizio Imbriale
|