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Numero 60 - Novembre / 2004

   

I film del mese

 
   
 
 
 



L'UOMO SENZA SONNO (THE MACHINIST)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Brad Anderson
Sceneggiatura: Scott Kosar
Fotografia: Xavi Giménez
Scenografia: Alain Bainée
Costumi: Patricia Monné
Musica: Roque Banos
Montaggio: Luis De La Madrid
(Spagna, 2004)
Durata: 90’
Prodotto da: Julio Fernandez
Distribuzione cinematografica: Nexo

PERSONAGGI E INTERPRETI

Trevor: Christian Bale
Stevie: Jennifer Jason Leigh
Marie: Aitana Sanchez-Gijon
Ivan: John Sharian
Miller: Michael Ironside

Trevor Reznik, operaio di un’acciaieria, non dorme esattamente da un anno. La mancanza di riposo, apparentemente inspiegabile, lo sta deteriorando sia mentalmente che fisicamente ed il suo aspetto sembra assumere sembianze spettrali. In seguito un incidente occorso in fabbrica, i compagni di lavoro cominciano ad evitarlo provocando in Trevor un senso di paranoia progressivo, convinto che questi cerchino di farlo impazzire per vendicarsi dell’accaduto. Nei giorni che seguono trova delle annotazioni misteriose, indovinelli nel suo appartamento, mentre subentra nella sua vita un ambiguo personaggio di cui nessuno conosce l’identità. Al limite della follia, inizia a mettere insieme una serie d’indizi da cui prende forma un incubo ad occhi aperti, avvicinandolo al quadro di un’angosciante verità.

Dopo i brillanti risultati di “Session 9”, il regista Brad Anderson torna a dare prova del suo talento con un film che spicca per le sue qualità formali, in cui le scene ed i dettagli che le compongono vengono ordinati secondo un rigore tutt’altro che dottrinale. Ne “L’uomo senza sonno” esiste infatti una netta corrispondenza tra la disgregazione psicologica del protagonista ed il mondo che prende forma dinanzi ai suoi occhi, scivolando verso una dimensione astratta manipolata attraverso graduali variazioni nell’impiego delle luci, del montaggio e delle tecniche di ripresa: ad ogni passo che Trevor compie sulla strada del disorientamento la sua nicchia sociale si affolla di visioni ed interrogativi; di presenze che egli rincorre in uno stato ipnotico concedendo loro di appropriarsi della realtà, dalla quale i suoi legami vengono ad uno ad uno recisi come i fili di una marionetta. Allo stesso tempo, il ritmo tende a dilatarsi nella cornice rarefatta del microcosmo entro cui Trevor resta intrappolato, mentre, in direzione opposta, il campo visivo viene circoscritto da una struttura in soggettiva che sottrae allo spettatore i suoi punti di riferimento. Emaciato da una vita senza riposo, il corpo del protagonista appartiene a questa realtà sfuggente e vi si muove adeguandosi all’evanescenza delle spettrali figure da cui è perseguitato, in larga parte per assecondare i criteri di una cifra stilistica che ambisce a citare Hitchcock e rimanda – con una certa trasparenza – a “Spider” di David Cronenberg.

Anderson mostra di possedere un bagaglio espressivo non comune che imprime alla sua messa in scena uno sguardo obliquo, così ben preordinato da non lasciare dubbi sul rapporto consequenziale tra gli indizi che dissemina nel film, per non incorrere in banali incongruenze. Il problema è che, come diretta conseguenza, questo scrupolo vincola la narrazione ad una geometria algida, subordinando l’azione alla meticolosa ricostruzione di un’identità frammentata, che rallenta la tensione e minimizza i colpi di scena, di fatto poco efficaci. Da encomiare la prova di Christian Bale (“L’impero del sole”, “American Psycho”), sottoposto di sua sponte a mesi di digiuni e privazioni per raggiungere un peso di soli 45 kg.

Francesco Russo