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Numero 60 - Ottobre / 2004

   

I film del mese

 
   
 
 
 

Intervista a M. Night Shyamalan e Bryce Dallas Howard

Il forum del film

THE VILLAGE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Fotografia: Roger Deakins
Scenografia: Tom Foden
Costumi: Ann Roth
Musica: James Newton Howard
Montaggio: Christopher Tellefsen
(Usa, 2004)
Durata: 107’
Prodotto da: M. Night Shyamalan, Scott Marcin, Sam Mercer
Distribuito da: Buena Vista International

PERSONAGGI E INTERPRETI

Ivy Walker: Bryce Dallas Howard
Edward Walker: William Hurt
Lucius Hunt: Joaquin Phoenix
Alice Hunt: Sigourney Weaver
Noah Percy: Adrien Brody

In un villaggio acronotopico, una comunità di contadini vive immersa in uno scenario idilliaco. Ma la sua tranquillità è soltanto una facciata: nei boschi che circondano il villaggio, infatti, spaventose creature (definite “Innominabili”) impediscono agli abitanti di uscire dai loro confini, attratte dal colore rosso ed ammansite dal giallo, che simboleggia una tregua stipulata anni or sono dai fondatori del paese. Nonostante gli ammonimenti della madre e del capo Edward Walker, il giovane Lucius Hunt non riesce ad adeguarsi a questa prigionia e tenta, facendo appello al proprio coraggio, di attraversare il bosco proibito per scoprire cosa ci sia oltre. Ma non è il solo: Ivy, la figlia cieca di Walker, come Lucius sente il bisogno di evadere dal mondo e dalla condizione che gli sono stati imposti, certa che gli abitanti del villaggio debbano affrontare i demoni oppressori per entrare finalmente in relazione con la società esterna. Contrastati dalla gelosia dello squilibrato Noah, i due s’innamoreranno ed uniranno gli sforzi per superare le loro paure.

Shyamalan, a cui tre film sono bastati per illuminare di nuove prospettive i generi cinematografici, ha dato prova anzitempo di essere un autore di razza. Un grande autore che, nel suo percorso di maturazione, affronta il rischio inevitabile di essere frainteso, così com’è accaduto in patria. “The Village” è il suo nuovo capolavoro ed è altresì una spigolosa limatura della sua peculiare cifra stilistica, sempre contrassegnata dalla ricerca cromatica e dall’abrogazione dell’ellissi come precetto narrativo, ma più consapevole delle risorse finora latenti nel suo vocabolario espressivo. E il colore, appunto, assume di nuovo un ruolo primario in un’opera di Shyamalan, come l’elemento sintattico che fa del suo cinema un’arte riconoscibile al primo sguardo. Laddove nei primi film l’esistenza di tonalità dominanti imponeva al racconto una prospettiva interiorizzata, e proiettata sull’ambiente come una chiave di lettura (il rosso ne “Il sesto senso”, il blu in “Unbreakable”), qui il ruolo del colore si capovolge ed allarga il campo visivo: non è più la rappresentazione di un’esperienza individuale, ma diviene il ritratto variopinto della pluralità simboleggiata dal villaggio e dai suoi abitanti, che vivono nel contrasto il divario tra ciò che sono e ciò che non conoscono. Il contrasto, ad esempio, tra il rosso che presagisce il pericolo ed il giallo che li protegge trasfigurando la realtà, a contatto con la luce cinerea del bosco che li separa dal mondo.

Questa complessa struttura cromatica, che rimanda tanto alla precarietà che al vigore dell’adolescenza, è in realtà il corpo filmico di una fiaba pervasa di tradizione romantica (Andersen ed i fratelli Grimm) in cui rivive il topos della giovinezza fragile ed esposta al male (allo stesso modo, lo ricordiamo nello straziante prologo di “Mystic River”), in rapporto ad un disegno morale perfettamente incarnato dagli attori e dai loro ruoli. I personaggi di Ivy e Lucius sono, infatti, paradigmatici: la prima, che per via della cecità non ha cognizione della minaccia (e del suo colore), l’affronta con la purezza di un animo inviolato dalla percezione visiva del mondo e dal derivato scernimento del bene dal male, mossa solo dalla virtù del suo ideale; Lucius, che al contrario ne ha coscienza, allude ad un’alienazione di ben altra natura, poiché il desiderio che egli cova di portarsi oltre lo spazio conosciuto crea un’insanabile frattura nell’ordine costituito dai fondatori, dando origine ad una condizione di assoluta instabilità. Meriterebbe una nota a parte la figura di Noah, vera e propria unità di transizione, ma parlarne anche per sommi capi equivarrebbe a rivelare dettagli scomodi sulla risoluzione del finale.

L’illustrazione della condizione effimera vissuta dal villaggio costituisce quindi il pretesto su cui la pellicola poggia le basi di un percorso ideologico che, aprendosi ad un’illimitata gamma d’interpretazioni sulla paura dell’ingnoto, rinnova questo tema ricorrente nel cinema di Shyamalan arricchendolo di significati e dilatandolo in una circostanziata interpretazione del suo tempo, al cui interno è facile – ma non imprescindibile – ravvisare lo stato attuale della società americana.

Magistralmente interpretato da ogni componente del cast (sui cui prevale la straordinaria Bryce Dallas Howard, figlia del regista Ron), narrato da una regia lenta e descrittiva di cui il cineasta è oramai indiscusso padrone, “The village” è il manifesto della modernità che Shyamalan rappresenta come autore ed intrattenitore, ben lontano dal tramonto che alcuni hanno pronosticato dopo la visione di questo film.

Francesco Russo