: Columbia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Barry
Egan: Adam Sandler
Lena Leonard: Emily Watson
Lance: Luis Guzman
Rhonda: Hazel Mailloux
Dean Trumbell: Philip Seymour Hoffman
Rico: Rico Bueno


Barry
Egan (Adam Sandler) è
un commesso in un negozio di sanitari sperduto nella San Fernando Valley.
Veste sempre con una naive giacca blu. Ha una casa che è desolata come
il suo ufficio. Scopre che se compra confezioni di budino per 3000
dollari ha diritto a viaggiare in aereo gratis per via dei buoni premio
il resto della sua vita. Ma ha sette sorelle isteriche. E tre balordi
che lo ricattano perché ha telefonato ad una ragazza delle hot-line.
Conosce tuttavia Lena (Emily Watson) che
infonde in lui il coraggio per liberarsi dei suoi complessi.
Paul
Thomas Anderson prende spunto da una storia vera letta sul Time per dare
vita ad una commedia minimale. Con un equilibrio cromatico
ricercato (i camion come fondali scenici dello stesso colore – blu
elettrico – della giacca indossata da Barry) e una conformità
stilistica ossessiva (citazioni dal cinema espressionista come quando
Sadler fugge e ne vediamo l’ombra
schiacciata sui muri). E se nel supermarket Egan evoca nelle gesta
clownesche Jacques Tati, nei dialoghi vira verso un non-sense o
piuttosto una comicità
artatamente surreale. Anderson più che
innovare tende a contraddire: prende coscienza di un genere
stilistico iconografico o testuale per schizzare nella direzione
opposta: come direbbe Simmel, chi simmetricamente si scosta dalla moda
è feticista come chi invece la persegue. Così PTA quando estremizza il
topos di natura romantica del dialogo a due nel letto in una semantica
aggressiva e decontestualizzata per una coincidentia oppositorum
riscuote il risultato identico che avrebbe con un dialogo smielato. La
riscossa del nerd Egan è compressa, implosa in un registro
interpretativo ristretto, in tutta evidenza concertato dal regista per
appiattire il personaggio sulla storia. Una operazione che Kubrick ha
realizzato notevolmente con O’Neal
(”Barry Lyndon”), Cruise (”Eyes Wide Shut”),
e che Anderson ha tentato di replicare senza trovare la formula di
fondere nella recitazione del personaggio e nella storia la propria
anima.
Rimane
uno scarto emozionale tra ideazione e attuazione, che conferma solo in
qualche sequenza la indubbia genialità creativa del regista
giovanissimo californiano espressa in “Boogie Nights” e
“Magnolia” (due film per certi aspetti leggendari), e, talvolta, la
pellicola si illumina di colori e forme eternamente simboliche sincronizzate
con la ritmica coplandiana (”Rumble Fish”) di Jon Brion come in una
video-installazione contemporanea. Ma per lucido ossimoro, la brama
dell’invenzione
narrativa e stilistica,
che è
il
vero tema portante del film, è
anche il limite di un prodotto tanto colto quanto privo d’identità:
Anderson più che sottrarre, pulire scene e dialoghi,
raggiunge la mimica animistica di persone e cose che comunicano
tra loro ma non con noi, fugge ogni strada, per non trovarne
alcuna.