Anno VIII - Numero 42 - Marzo 2003

I film del mese


UBRIACO D'AMORE
(PUNCH DRUNK LOVE)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e RegiaPaul Thomas Anderson
Fotografia
Robert Elswit
Scenografia
William Arnold
Costumi
Mark Bridges
Musica
Jon Brion
Montaggio
Leslie Jones
Prodotto da
Joanne Sellar, P.T. Anderson, Daniel Lupi
(USA, 2002)

Durata
: 97'
Distribuzione cinematografica
: Columbia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Barry Egan: Adam Sandler
Lena Leonard: Emily Watson
Lance: Luis Guzman
Rhonda: Hazel Mailloux
Dean Trumbell: Philip Seymour Hoffman
Rico: Rico Bueno

Barry Egan (Adam Sandler) è un commesso in un negozio di sanitari sperduto nella San Fernando Valley. Veste sempre con una naive giacca blu. Ha una casa che è desolata come il suo ufficio. Scopre che se compra confezioni di budino per 3000 dollari ha diritto a viaggiare in aereo gratis per via dei buoni premio il resto della sua vita. Ma ha sette sorelle isteriche. E tre balordi che lo ricattano perché ha telefonato ad una ragazza delle hot-line. Conosce tuttavia Lena (Emily Watson) che infonde in lui il coraggio per liberarsi dei suoi complessi. 

Paul Thomas Anderson prende spunto da una storia vera letta sul Time per dare vita ad una commedia minimale. Con un equilibrio cromatico ricercato (i camion come fondali scenici dello stesso colore – blu elettrico – della giacca indossata da Barry) e una conformità stilistica ossessiva (citazioni dal cinema espressionista come quando Sadler fugge e ne vediamo l’ombra schiacciata sui muri). E se nel supermarket Egan evoca nelle gesta clownesche Jacques Tati, nei dialoghi vira verso un non-sense o piuttosto una comicità artatamente surreale. Anderson più che innovare tende a contraddire: prende coscienza di un genere stilistico iconografico o testuale per schizzare nella direzione opposta: come direbbe Simmel, chi simmetricamente si scosta dalla moda è feticista come chi invece la persegue. Così PTA quando estremizza il topos di natura romantica del dialogo a due nel letto in una semantica aggressiva e decontestualizzata per una coincidentia oppositorum riscuote il risultato identico che avrebbe con un dialogo smielato. La riscossa del nerd Egan è compressa, implosa in un registro interpretativo ristretto, in tutta evidenza concertato dal regista per appiattire il personaggio sulla storia. Una operazione che Kubrick ha realizzato notevolmente con O’Neal (”Barry Lyndon”), Cruise (”Eyes Wide Shut”), e che Anderson ha tentato di replicare senza trovare la formula di fondere nella recitazione del personaggio e nella storia la propria anima.

Rimane uno scarto emozionale tra ideazione e attuazione, che conferma solo in qualche sequenza la indubbia genialità creativa del regista giovanissimo californiano espressa in “Boogie Nights” e “Magnolia” (due film per certi aspetti leggendari), e, talvolta, la pellicola si illumina di colori e forme eternamente simboliche sincronizzate con la ritmica coplandiana (”Rumble Fish”) di Jon Brion come in una video-installazione contemporanea. Ma per lucido ossimoro, la brama dell’invenzione narrativa e stilistica, che è il vero tema portante del film, è anche il limite di un prodotto tanto colto quanto privo d’identità: Anderson più che sottrarre, pulire scene e dialoghi, raggiunge la mimica animistica di persone e cose che comunicano tra loro ma non con noi, fugge ogni strada, per non trovarne alcuna. 

Luigi Senise


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