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CURTIS
IL MESTIERANTE
Hanson, ragazzo del coro di Hollywood
Prima
che qualcuno li chiamasse “autori”, erano tutti e semplicemente
“gente del mestiere”. Quelli che tenevano su la capanna hollywoodiana
con la produzione media, e facevano girare la macchina dei soldi. Non si
sono mai estinti: nobilitati dalla Nouvelle Vague, strapazzati dalla crisi
e dai nuovi venti di fine anni Sessanta, riqualificati dalla restaurazione
della dorata macchina produttiva americana. Curtis Hanson è uno dei
ragazzi del coro, uno di quelli che hanno fatto un po’ di tutto salvo
imbroccare l’uscita giusta della superstrada, quella che porta verso il
raccordo sopraelevato. Un po’ di tutto, ma senza mai perdere
l’interesse per il meccanismo gestionale delle emozioni che sta alla
base di quell’universo che talora si definisce del “thriller”. Sono
due prodotti d’azione i primi titoli che Hanson dirige, Sweet
kill nel 1972 e The Little
dragons otto anni più tardi, curioso melange tra un karate-movie e un
poliziesco. La superstrada porta poi Hanson in direzione dei film
giovanilisti, tanto di modo nel primo scorcio degli Ottanta. Incontra Tom
Cruise e con lui realizza il mitico Una
gita da sballo (1983), vorticosa immersione nella trasgressione
oltreconfine con il Messico prima accantonata e poi rispolverata dopo che
Cruise sfondò con Top Gun.
Per la televisione Hanson gira invece I
ragazzi di Times Square, bella rilfessione su una coppia di
adolescenti in fuga alla scoperta di New York.
E
siamo già alle soglie di un trittico di thriller puri che costruisce la
vera reputazione di Hanson. Uno, Cattive
compagnie, giocato sull’archetipo del cattivo che travia il buono;
in questo caso, l’ingenuo James Spader si fa accompagnare dallo
psicopatico Rob Lowe in un
preoccupante crescendo di sangue. Il giochetto si ripete in La
mano sulla culla, dove la psicopatica è Rebecca de Mornay, governante
impazzita pronta a mettere a ferro e a fuoco la famigliola dell’ignara
Annabella Sciorra. Tre, Il fiume
della paura, qualcosa all’incrocio tra Boorman e Duel,
dove il ritmo narrativo si mantiene alla stessa velocità delle impetuose
rapide percorse da una famigliola (ancora) in vacanza, bersagliata da un
paio di rapinatori in fuga. Ecco, Hanson può essere definito dal suo
mestiere stesso, da tanto cinema che lo ha preceduto e che riannoda i suoi
fili in combinazioni diverse. L’uscita dalla superstrada si chiama
ovviamente L.A.Confinential,
giunto abbastanza a sorpresa all’Oscar. Qui la perfezione dello script
è magnificata dalla perfezione degli incastri filmici, e dalla perfezione
dell’impianto visivo. La ricostruzione patinata di uno scorcio degli
anni Quaranta, lucida fino all’iperrealismo e assolutamente distesa sul
tappeto letterario, genera un nuovo punto d’arrivo del noir, sottratto
all’oscurità ma non per questo meno inquieto. Qualcosa di simile e di
completamente al di là dei sospetti biografici non è tanto la vicenda
del personaggio-Eminem quanto un altro scorcio, pazientemente decorticato
e reso da una fotografia scolorita, che vira decisamente verso il
documentaristico. È allora che 8
mile lascia il particolare per ambire all’universale, per essere la
fotografia in movimento di un tempo e di un luogo. Con quel misto di amara
dolcezza, di amore e violenza, di rassegnazione e speranza che Hanson ha
guadagnato da qualche tempo a questa parte, e che ha regalato a Michael
Douglas nel divertente, sgangherato personaggio di Wonder
Boys.
Riccardo
Ventrella
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