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Anno VIII - Numero 45 - Giugno 2002

   

8 Mile

 
   
 
 
 

La recensione del film

Eminem soltanto Marshal Mathers

CURTIS IL MESTIERANTE
Hanson, ragazzo del coro di Hollywood

Prima che qualcuno li chiamasse “autori”, erano tutti e semplicemente “gente del mestiere”. Quelli che tenevano su la capanna hollywoodiana con la produzione media, e facevano girare la macchina dei soldi. Non si sono mai estinti: nobilitati dalla Nouvelle Vague, strapazzati dalla crisi e dai nuovi venti di fine anni Sessanta, riqualificati dalla restaurazione della dorata macchina produttiva americana. Curtis Hanson è uno dei ragazzi del coro, uno di quelli che hanno fatto un po’ di tutto salvo imbroccare l’uscita giusta della superstrada, quella che porta verso il raccordo sopraelevato. Un po’ di tutto, ma senza mai perdere l’interesse per il meccanismo gestionale delle emozioni che sta alla base di quell’universo che talora si definisce del “thriller”. Sono due prodotti d’azione i primi titoli che Hanson dirige, Sweet kill nel 1972 e The Little dragons otto anni più tardi, curioso melange tra un karate-movie e un poliziesco. La superstrada porta poi Hanson in direzione dei film giovanilisti, tanto di modo nel primo scorcio degli Ottanta. Incontra Tom Cruise e con lui realizza il mitico Una gita da sballo (1983), vorticosa immersione nella trasgressione oltreconfine con il Messico prima accantonata e poi rispolverata dopo che Cruise sfondò con Top Gun. Per la televisione Hanson gira invece I ragazzi di Times Square, bella rilfessione su una coppia di adolescenti in fuga alla scoperta di New York. 

E siamo già alle soglie di un trittico di thriller puri che costruisce la vera reputazione di Hanson. Uno, Cattive compagnie, giocato sull’archetipo del cattivo che travia il buono; in questo caso, l’ingenuo James Spader si fa accompagnare dallo psicopatico  Rob Lowe in un preoccupante crescendo di sangue. Il giochetto si ripete in La mano sulla culla, dove la psicopatica è Rebecca de Mornay, governante impazzita pronta a mettere a ferro e a fuoco la famigliola dell’ignara Annabella Sciorra. Tre, Il fiume della paura, qualcosa all’incrocio tra Boorman e Duel, dove il ritmo narrativo si mantiene alla stessa velocità delle impetuose rapide percorse da una famigliola (ancora) in vacanza, bersagliata da un paio di rapinatori in fuga. Ecco, Hanson può essere definito dal suo mestiere stesso, da tanto cinema che lo ha preceduto e che riannoda i suoi fili in combinazioni diverse. L’uscita dalla superstrada si chiama ovviamente L.A.Confinential, giunto abbastanza a sorpresa all’Oscar. Qui la perfezione dello script è magnificata dalla perfezione degli incastri filmici, e dalla perfezione dell’impianto visivo. La ricostruzione patinata di uno scorcio degli anni Quaranta, lucida fino all’iperrealismo e assolutamente distesa sul tappeto letterario, genera un nuovo punto d’arrivo del noir, sottratto all’oscurità ma non per questo meno inquieto. Qualcosa di simile e di completamente al di là dei sospetti biografici non è tanto la vicenda del personaggio-Eminem quanto un altro scorcio, pazientemente decorticato e reso da una fotografia scolorita, che vira decisamente verso il documentaristico. È allora che 8 mile lascia il particolare per ambire all’universale, per essere la fotografia in movimento di un tempo e di un luogo. Con quel misto di amara dolcezza, di amore e violenza, di rassegnazione e speranza che Hanson ha guadagnato da qualche tempo a questa parte, e che ha regalato a Michael Douglas nel divertente, sgangherato personaggio di Wonder Boys.

Riccardo Ventrella