|
EMINEM
SOLTANTO MARSHAL MATHERS
Marshal
Mathers III, in arte Eminem, nasce a Kansas City nel 1972 in una famiglia
logorata dalle ristrettezze, dimenticato da un padre che lo abbandonò
quando ancora aveva sei mesi e accusato dalla madre alcolizzata, con cui
si trasferisce a Detroit, di essere causa del suo declino interiore. È
storia dell’ordinario malessere suburbano di cui sono colmi “slums”,
“projects” e “blocks”, cioè i degradati quartieri di ogni città
d’America, afflitti dalle piaghe del crack e dello spaccio di droga.
Ogni giorno, tra il caotico tormento di chi lotta per la sopravvivenza
nasce un nuovo rapper, molte volte di gran talento, ansioso di
testimoniare al mondo tutto il suo rancore. Date queste premesse,
descrivere il profilo di un artista Hip Hop focalizzandone l’analisi
sulla sua emarginazione e ferocia diviene di fatto obsoleto, poiché,
oramai, tali peculiarità riguardano in larga misura il ruolo e le
condizioni d’esistenza di tutto questo genere. Eminem stesso confessa
nel celebre manifesto “Marshall Mathers: ”vedi io sono/soltanto
Marshall Mathers/sono un tipo comune/non capisco perché tanto scalpore
intorno a me/a nessuno prima è mai fregato un cazzo/tutto ciò che
facevano era evitarmi”.
Nonostante
sembri poca cosa, le prove autentiche dell’unicità di Slim Shady
affiorano forse da questo ritornello elementare, che dimostra, in primis,
la sua rara predisposizione ad una sincera autoironia: decade in lui
l’ego inossidabile dei rappers tradizionali, che in media non si
definiscono “comuni” e non discutono la discriminazione come
un’imbarazzante afflizione privata, ma vi ricorrono per identificarsi
con il malessere di un’intera comunità di cui divengono i portavoce. Al
contrario, modellato intorno al geniale individualismo di capiscuola come
2pac, Nas, Scarface e Notorious B.I.G., il temperamento assai meno
profetico di Marshal Mathers tende ad oltrepassare persino la propensione
all’intimismo di questi maestri, concentrandosi quasi del tutto su
quell’ostinata auto-demolizione che ha condotto al trionfo i suoi
freestyle: poiché nessuno può beffarsi di Eminem meglio di quanto sappia
fare egli stesso.
Per
le preziose doti di questo suo stile – unito ad un’eccellente tecnica
caratterizzata dall’uso di vorticose metriche articolate in poche misure
ed eseguite con pause ed anticipi inconsueti, ma così precisi da non
compromettere mai la fluidità del rappato – il nome di Eminem è
divenuto noto tra i cultori sin dal silenzioso esordio con
l’interessante mini-album “Infinite LP” (1996), molto prima che
“My name is” lo consegnasse alle onorificenze internazionali. Avviate
lungo un rapido sentiero, le provvidenziali (se di fortuna si vuol
parlare) voci sul suo talento hanno attraversato gli Stati Uniti da costa
a costa giungendo all’attenzione di Dr.Dre, il più rispettato
produttore nell’Hip Hop, regista prima dell’affermazione del rap
californiano poi della sua rinascita, con cui Eminem ha sino ad oggi
inciso tre album da solista. Tre, è il caso di dirlo, capolavori
inscindibili, intrisi della sua dirompente creatività che della strada
porta tatuati i ritratti di un diffuso senso di paranoia, di ansietà che
sulla solitudine del ghetto si abbatte sempre come un violento contagio.
Unico MC bianco a potersi fregiare di questo titolo, Slim Shady è già
archetipo di una nuova generazione, come lui determinata a sopravvivere,
in lotta perché l’arte della rima la riscatti dal suo profondo abisso
esistenziale.
Discografia
di Eminem
Come
solista:
1) Infinite (1996)
2)
Slim Shady EP (1998)
3)
Slim Shady LP (1999)
4)
The Marshal Mathers LP (2000)
5)
The Eminem Show (2002)
Collaborazioni
essenziali:
1)
Dr.Dre: 2001 (1999)
2) D-12: Devil’s Night (2001)
3) Autori Vari: “8 Mile: Original Motion Picture Soundtrack” (2002)
Francesco Russo
|