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MILE CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Curtis Hanson
Sceneggiatura: Scott Silver
Fotografia: Rodrigo Prieto
Scenografia: Kevin Kavanaugh
Costumi: Mark Bridges
Musica: Eminem
Montaggio: Jay Rabinowitz
Prodotto da: Brian Grazer, Curtis
Hanson, Jimmy Iovine
(USA, 2002)
Durata: 111'
Distribuzione cinematografica: UIP
PERSONAGGI E INTERPRETI
Jimmy "Rabbit" Smith: Eminem
Stephanie Smith: Kim Basinger
Alex: Brittanny Murphy
Mekhi Phifer
  
Nella
città di Detroit, la 8 Mile Road è la strada che circonda i quartieri
medio-borghesi dividendoli da quelli periferici. Oltre questa linea di
confine, nelle condizioni di maggior degrado, un gruppo di ragazzi cerca
di sopravvivere adattandosi ai lavori più umili e alle loro mortificanti
condizioni, mentre coltiva con la musica la speranza di un riscatto
sociale. Tra loro c’è Jimmy Smith Jr., in arte “Rabbit”, un talentuoso
rapper bianco, impiegato in un’acciaieria, che affronta quotidianamente
la difficile convivenza con una madre alcolizzata ed il suo sordido
compagno. Arriva per Rabbit l’occasione di provare il proprio valore
affrontando un altro MC nell’arena del quartiere, ma, davanti
all’eccitazione della folla, l’ansia sembra fermargli le parole in gola…
La strada è un
palco, almeno negli Stati Uniti. Il dolore e la rabbia dei suoi attori
sono, da circa 20 anni, preda del vorace sguardo di una nazione che non
rinuncia a nutrirsi della sua vergogna, qualora l’arte la confessi con
gli strumenti della finzione. Nonostante le loro discutibili ragioni
etiche, è un bene che queste condizioni si verifichino, e se accade il
merito va in gran parte all’Hip Hop. Ogni prospero centro urbano
d’America, dalla costa est alla ovest, è soffocato ai suoi margini dalla
miseria violenta ed irrequieta dei ghetti e dei gruppi etnici che li
costituiscono, abbandonati come in un esilio ad un iniquo modello di
giustizia sociale. Eppure, il rapporto tra loro e la società del
benessere è incline all’incongruenza, poiché entrambi si temono, ma la
seconda premia l’altra trascinando ai vertici di ogni classifica la sua
musica, che le consacra solo il proprio disprezzo. Privo d’immediatezza,
Il cinema afroamericano ha compiuto più silenziosamente il suo percorso,
da Spike Lee a Marc Levin, stentando però a raggiungere la popolarità. A
spianargli la strada, forse, era necessario l’intervento di un fenomeno
internazionale, di un rapper bianco e selvaggio capace di concentrare su
di sé anche l’attenzione di chi è indifferente a questa musica. Grazie,
innanzitutto, al suo straordinario talento. Insieme, Eminem ed il
regista Curtis Hanson (“L.A. Confidential”, Wonder Boys”) si tengono a
sufficiente distanza dalla biografia di una star e realizzano un
affresco accurato delle tensioni sociali che hanno gettato i semi di
questa rivoluzionaria cultura, che in esse continua a riflettere la
propria alienazione. Il risultato è efficace ed il trionfo di Hanson si
misura nella maturità del suo sguardo, poiché ricerca un approfondimento
capillare del linguaggio rap riuscendo a preservarsi esteriore, evitando
di addentrarsi nel giudizio di un’arte e delle sue controverse
attitudini morali. Preferisce, piuttosto, contrapporre i travolgenti
ring verbali ove dandosi battaglia gli MC sfogano la loro frustrazione,
all’inclemente mediocrità del paesaggio periferico entro cui questa si
accumula, modellato con una fotografia desaturata, contenitore e matrice
del disagio che reprime tutti i personaggi verso poche e dolorose
scelte.
Sempre
premuroso nella selezione degli attori (tra cui Kim Basinger emerge a
testa alta) il regista si lascia anche guidare dal suo protagonista
attraverso la meticolosa scelta della colonna
sonora, inscindibile dal
suo contesto e per cui compilata su un pugno di brani coevi al 1995,
anno in cui il film è ambientato. Peccato solo per il doppiaggio, che
approfitta impropriamente dello slang americano fraintendendone l’uso,
la traduzione ed il senso: questo è un cinema di idiomi, e merita
d’esser filtrato e goduto nella sua lingua originale.
Francesco
Russo
Speciale
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