Anno VIII - Numero 43 - Aprile 2003

I film del mese


THE EYE
(JIAN GUI)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Oxide e Danny Pang
Sceneggiatura
 Oxide e Danny Pang, Jojo Yuet-Chuen Hui
Fotografia
: Decha Seementa
Scenografia
: Simon So, Kritapas Suttinet
Costumi
: Stephanie Wong, Jittma Kongsri
Musica
: Orange Music
Montaggio
: Oxide e Danny Pang
Prodotto da
: Lawrence Cheng, Peter Chan
(Hong Kong; 2002)

Durata
: 98'
Distribuzione cinematografica
: Eagle Pictures

PERSONAGGI E INTERPRETI

Mann: Lee Sin-Jie
Wah: Lawrence Chow
Yingying: So Yut Lai
Yee (sorella di Mann): Candy Lo
Nonna di Mann: Ko Yin Ping

Una scena del film "The Eye"Mann, una ragazza cieca dall’età di due anni, ritrova la vista in seguito ad un delicato trapianto di cornea. Nel periodo in cui i suoi occhi tentano di riadattarsi alla luce, ancora incapace di distinguere i contorni delle cose, Mann viene a contatto con una serie di inspiegabili eventi collegati per qualche ragione al suo intervento. Diviene così parte di una spaventosa realtà invisibile agli altri uomini – che vi convivono inconsapevolmente – popolata di entità inquiete che la perseguitano senza darle tregua, da cui tenta di liberarsi ricercando l’oscuro passato che lega il suo destino a quello della sua sventurata donatrice. Aiutata dallo psicologo che l’ha in cura, Mann intraprenderà un rischioso viaggio nella Tailandia del Nord, continuamente esposta alla collera dei fantasmi che infestano ogni luogo dove si sia consumata una tragedia.

Una scena del film "The Eye"È oramai ovvio che dal cinema orientale stia emergendo una schiera di autori tra i più interessanti in questa fase di ricostruzione dei generi: già ne sono prova i giapponesi Nakata (“Ringu 1 e 2”), Takashi (“The grudge”) e Kyoshi Kurosawa (“Pulse”). È ora il turno di Hong Kong e di “The eye”, un’iperbole dell’orrore come distorsione della realtà, ove il talento dei fratelli Pang riversa le condizioni d’esistenza del cinema horror in una parabola che celebra, attraverso l’atto del vedere, l’instabilità dei sensi con cui definiamo il nostro mondo reale. Come sullo schermo, la nostra analisi dello spazio si frammenta contro le immagini nel tentativo di catturarne ogni dettaglio, non potendo evitare che molti di essi vadano perduti e finiscano col generare spettri di cui non abbiamo coscienza: ed è questa coscienza, appunto, a condannare la giovane Mann alla follia obbligandola ad essere partecipe di una totalità rifinita da forme orrende, circondata ed inghiottita da ombre la cui disperazione tesse il profilo di un incubo sospeso tra il sonno e la veglia.

Molto lontano dalle formule invalse, “The eye” è un horror dalle ambizioni concettuali capace di spaventare laddove sceglie di mostrare tutto senza esitazione, aprendosi a momenti di terrore la cui intensità è in molti casi insostenibile. Nettamente diviso in due parti (di cui la prima frenetica e turbante e la seconda diluita nei toni meno efficaci del melodramma), ma incerto nell’approfondimento a cui aspira (circa il ruolo dello sguardo come strumento d’indagine), il film dei Pang è soprattutto un geometrico esercizio di stile, in cui il disorientamento prodotto dalle sfocature del campo visivo si gonfia di un terrore convulso, infiammato da un indecifrabile attraversamento di rumori e di sussurri che aggrediscono lo spettatore fino a divenire il suo unico contatto con la realtà che è chiamato a riconoscere. Per questo, nonostante lo sviluppo morbido e disarmonico della seconda fase, “The eye” resta un horror significativo e di duro impatto, perennemente in bilico tra avanguardia e tradizione, che offre anche al pubblico specializzato l’occasione di affacciarsi su una nuova frontiera ove l’arte di far paura continua a raccogliere le urla dai fantasmi del suo passato.

Francesco Russo


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