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UNA SETTIMANA
DA DIO (BRUCE ALMIGHTY)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Tom Shadyac Sceneggiatura: Steve Koren, Mark O'Keefe,
Steve Oedekerk Fotografia: Dean Semler Scenografia: Linda DeScenna Costumi: Judy Ruskin Musica: John Debney Montaggio: Junie Lowry-Johnson Prodotto
da: Tom Shadyac, Jim Carrey, James D.
Brubaker, Michael Bostick, Steve Koren, Mark O'Keefe (USA, 2003) Durata: 101' Distribuzione
cinematografica: Buena Vista
International Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Bruce Nolan: Jim Carrey
Dio: Morgan Freeman
Grace Connelly: Jennifer Aniston
Jack: Philip Baker Hall
Susan: Catherine Bell
 
Bruce è il reporter televisivo in una rete locale di Buffalo, nello stato di New York, dove si occupa di cronaca mondana esibendo uno stile che lo fa assomigliare più ad uno showman che ad un vero e proprio giornalista. Insoddisfatto della vita e del lavoro, egli carezza la speranza di sostituire il vecchio anchorman prossimo al pensionamento, il cui posto è ambito anche dal suo più acerrimo rivale. L'occasione per mettersi in luce arriva con un servizio speciale, la sua prima diretta televisiva, durante la quale, però, Bruce riceve l'inattesa notizia che il posto è già stato assegnato all'uomo con cui era in competizione. Accade l'irreparabile: l'amareggiato presentatore è improvvisamente preda di una crisi nervosa, che lo blocca di fronte a milioni di spettatori causandogli la perdita del posto ed una profonda crisi nella relazione con la dolce fidanzata Grace. Eppure, il corso degli eventi è destinato a cambiare non appena egli riceve l'enigmatico invito di qualcuno che gli offre di prendere il suo posto. Costui è Dio in persona, pronto a cedergli tutti i suoi poteri purché sia disposto a svolgere ognuno dei suoi incarichi. Bruce inizierà ad usare quelle illimitate facoltà per il suo tornaconto, giungendo spesso a risultati disastrosi.
Tom Shadyac
("Ace Ventura - L'acchiappanimali", "Bugiardo bugiardo") sembra essere il regista più propenso ad una giusta collocazione delle risorse di
Carrey, espresse da quell'anomala propensione alla mimica e al trasformismo che avvicinano le sue farse alle maschere di Jerry
Lewis, padre della comicità contemporanea. Un filo conduttore che in questo film appare anche più chiaro, poiché Carrey occupa la scena dominandola per buona parte della sua durata e dando completo sfogo alle sue rocambolesche esibizioni che rendono questa prova di stile
una delle più significative nella sua carriera. Ma c'è di più: la sua strabiliante capacità di farsi carico dell'intera tensione comica, distribuita tra primi piani e figure intere nella stessa chirurgica misura, gli consente di isolare qualunque altro soggetto sullo sfondo della regia e lo qualifica appieno come peso massimo nell'arena dei nuovi comici, molti dei quali a lui sono già debitori. Tutto questo per oltre un'ora, tempo durante il quale l'attore travolge il pubblico lasciandolo senza respiro, sulla densa scia del suo poliedrico bagaglio espressivo.
Poi - anomalia frequente nell'odierna composizione della commedia slapstick -
quest'ingranaggio così ben concepito crolla sotto il peso della sovrastruttura
morale, ponendo suo malgrado lo spettatore davanti alla trasparenza del suo noioso indirizzo etico, fatto di sollecite redenzioni e di valori recitati con la petulanza di una cantilena. Ed è il momento in cui il film inevitabilmente soffre l'assenza di un'individualità di spicco, che sostenga Carrey quando le sue invenzioni iniziano a mancare di freschezza: poiché anche Lewis sapeva molto bene che una spalla può aiutare il comico a distribuire le pause con maggior cura. Purtroppo, con un divario così netto tra il diletto e l'imbarazzo,
"Una settimana da Dio" lascia soltanto con l'amarezza di un gioiello mancato.
Francesco
Russo
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