Anno VIII - Numero 44 - Maggio 2003

I film del mese


POLLOCK

CAST TECNICO ARTISTICO

RegiaEd Harris
Sceneggiatura
Barbara Turner (basato sul libro di Steven Naifeh: ”Jackson Pollock: An American Saga”)
Fotografia
Lisa Rinzler
Scenografia
Mark Friedbarg
Costumi
David C. Robinson
Musica
Dondi Bastone
Montaggio
Kathryn Himoff
Prodotto da
Fred Berner, Ed Harris, Jon Kilik
(USA, 2000)

Durata
118’
Distribuzione cinematografica
: Columbia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Jackson Pollock: Ed Harris
Lee Krasner: Marcya Gay Harden
Peggy Guggenheim: Amy Madigan
Ruth Kligman: Jennifer Connelly
Clement Greenberg: Jeffrey Tambor
William Baaziotes: Kenny Scharf
Wilem de Kooning: Val Kilmer

Jackson Pollock (1912 –1956) nell’immediato dopoguerra emerge come caposcuola dell’espressionismo astratto nella città di New York. I dieci anni della sua gloria e del suo declino psico-fisico sono narrati da Ed Harris che interpreta anche il pittore (notevole oltretutto la somiglianza). In una New York degli anni 45’ – 55’, filologicamente ricostruita, sia negli arredi, che nelle fattezze dei personaggi – Peggy Guggenheim, e i colleghi come Willem de Kooning (Val Kilmer) o il pittore Kenny Sharf (William Baziotes) – si snodano in un decennio le vicende che devastarono la mente nevrotica di Pollock, la vetta del successo e la relativa autodistruzione e morte. Pollock passò da un sordido appartamento ad una residenza principesca presso Long Island, dalla povertà alla ricchezza, affiancato da una depressione cronica, potenziata dall’alcolismo. Harris focalizza la figura della moglie e pittrice Lee Krasner (Marcia Gay Harden) quale sostegno fisico e spirituale per una personalità turbata e violenta. 

“Pollock” tuttavia non è una biografia: è piuttosto un film che parallelamente al processo creativo dell’artista vi affianca quello analogo del regista e protagonista. Ed Harris si impossessa con passione del personaggio leggendario, dell’inventore dell’”action painting”, del ”dripping”, la tecnica dello ’sgocciolamento’ della vernice sospesa sopra la tela stesa in terra. Ne  visualizza la percezione distorta della realtà. Celebra l’apologia della disperazione come fonte di edificazione di un’idea irripetibile non con enfasi romantica ma con un rigore formale complementare al carattere introverso del pittore. Che per ossimoro esplodono nel momento decisivo della creazione come esclamazioni che scandiscono un mesto vociare. 

Ne consegue che la struttura stilistica del film è analoga a quella mentale dell’artista. Il confine tra interpretazione e incarnazione svanisce: Harris non è uno storico ma un attore e cantore. Non allinea fatti, persone e ambienti. Ma rapsodicamente assembla in apparente disordine eventi sintomatici della vis creativa e autodistruttiva di Jackson Pollock. Come nel sottofondo musicale della schizofrenica sinfonia Jazz, la compattezza del suono è conferita dalla totalità dell’insieme, non dalla singola nota. Così le tele sferzate dalla frustate cromatiche si configurano nella loro disperata bellezza solo osservate non da presso ma distaccati di qualche passo. L’oleografico “Frida” di Julie Taylor impallidisce in un istintivo confronto. "Basquiat” di Julianne Schnabel può solo esserne un pallido seguace. E la sequenza in cui Pollock osserva le alghe fluttuanti a pelo d’acqua che suggeriscono a lui e a noi la similitudine con la sua imminente tecnica del ”dripping”, e collegano formalmente natura ed arte non esige altri commenti che la muta contemplazione della idea che si traduce in un’immagine. Come la cupa personalità di Pollock, la verità filmica è srotolata nelle visione asemantica di ogni fotogramma.

Luigi Senise


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