Anno VIII - Numero 44 - Maggio 2003

I film del mese


ARARAT

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Atom Egoyan
Fotografia
: Paul Sarossy, Beth Pasternak
Musica
: Mychael Danna
Scenografia
: Phillip Barker
Montaggio
: Susan Shipton
Prodotto da
: Atom Egoyan, Robert Lantos per Alliance Atlantis e Serendipity Point Films
(Canada, 2002)

Durata
: 126'
Distribuzione cinematografica
: BIM

PERSONAGGI E INTERPRETI

Raffy: David Alpay
Edward: Charles Aznavour
David: Christofer Plummer
Ani: Arsinée Khanjian
Ussher: Bruce Greenwood
Celia: Marie-Josée Croze
Martin: Bruce Greenwood
Ali: Elias Koteas
Gorky: Simon Abkarian

Confrontarsi con le proprie origini culturali è ineluttabile. Si può metterle da parte per un po’, dimenticarle quel tanto che serve, ma non si riesce mai a rimuoverle. Del resto, già in altri film Egoyan le aveva lasciate trapelare qua e là. Ma in questa pellicola le radici individuali s’intrecciano alla memoria storica per divulgare uno dei genocidi meno noti, quello degli Armeni sterminati dai Turchi negli anni venti.
Egoyan non è l’unico ad essere coinvolto direttamente da questa pagina nera dell’umanità: anche sua moglie, attrice nel film, e Charles Aznavour – al secolo Aznavourian – hanno vissuto profondamente la drammaticità dei fatti narrati. E in ogni caso, quando si affrontano temi quali l’intolleranza, la discriminazione, la violenza, l’oppressione, l’odio fra i popoli, siamo tutti coinvolti e chiamati a riflettere. Il regista si è dunque trovato di fronte ad un film impegnativo, quello che forse avrebbe dovuto segnare maggiormente il suo percorso artistico. Eppure, il risultato delude le aspettative. Ridondante, informativo più che ispirato, complicato più che complesso, “Ararat” è lontano dalla possente forza emotiva de “Il pianista” di Polanski.

La regia si fa quasi televisiva e non assurge ai livelli delle opere precedenti, in particolare “Il dolce domani”. Purtroppo, nemmeno la struttura è esente da difetti, anzi, è forse il vero punto debole del film. Egoyan assume un punto di vista distaccato – e quindi almeno negli intenti più obiettivo – degli eventi. Come? Con un processo di mise en abyme che presenta il passato alla luce del presente, attraverso l’espediente metafilmico del movie dentro al movie. Egoyan delega il suo ruolo al proprio doppio diegetico, Edward Saroyan. Ci mostra così la realtà rielaborata come fiction in un colossal non sempre conforme alla verità storica, ironizzando sulle megaproduzioni cinematografiche. A volte, invece, i confini fra finzione e tragedia reale diventano labili, quasi indistinguibili. La realizzazione di questo film dentro il film sfiora vari personaggi e l’esistenza di ognuno di loro s’interseca con quella degli altri. Tipico, a dire il vero, della cinematografia di Egoyan. Vicende personali e tormenti intimi, però, non arricchiscono la Storia collettiva a cui sono sottesi, né si salvano dalla retorica.

Ne deriva un puzzle strutturale alquanto contorto con numerosi subplot. Un regista e uno sceneggiatore necessitano della consulenza di una studiosa per il loro film in cui si narra di un artista armeno scampato al massacro. La donna ha avuto due mariti, il primo dei quali è il padre della ragazza di cui è innamorato suo figlio, orfano di un uomo morto in un attentato ad un diplomatico turco. Il ragazzo, fermato alla frontiera con la pellicola del film, viene interrogato da un funzionario di dogana turco che non accetta la relazione omosessuale fra il proprio figlio ed uno degli attori del cast. Coincidenze un po’ troppo forzate per essere verosimili. Con tanto di amore gay e rapporto semi-incestuoso (tema già presente ne “Il dolce domani”). Ma a che pro?

Paola Daniela Orlandini

Segnaliamo che durante il mese di maggio la Cineteca di Bologna dedicherà una retrospettiva proprio ad Atom Egoyan.


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