ARARAT
CAST TECNICO
ARTISTICO
Sceneggiatura
e Regia:
Atom Egoyan
Fotografia: Paul Sarossy, Beth
Pasternak
Musica: Mychael Danna
Scenografia: Phillip Barker
Montaggio: Susan Shipton
Prodotto da: Atom Egoyan, Robert
Lantos per Alliance Atlantis e Serendipity Point Films
(Canada, 2002)
Durata: 126'
Distribuzione cinematografica:
BIM
PERSONAGGI E
INTERPRETI
Raffy: David Alpay
Edward: Charles Aznavour
David: Christofer Plummer
Ani: Arsinée Khanjian
Ussher: Bruce Greenwood
Celia: Marie-Josée Croze
Martin: Bruce Greenwood
Ali: Elias Koteas
Gorky: Simon Abkarian


Confrontarsi
con le proprie origini culturali è ineluttabile. Si può metterle da
parte per un po’, dimenticarle quel tanto che serve, ma non si riesce
mai a rimuoverle. Del resto, già in altri film Egoyan le aveva lasciate
trapelare qua e là. Ma in questa pellicola le radici individuali
s’intrecciano alla memoria storica per divulgare uno dei genocidi meno
noti, quello degli Armeni sterminati dai Turchi negli anni venti.
Egoyan non è l’unico ad essere coinvolto direttamente da questa
pagina nera dell’umanità: anche sua moglie, attrice nel film, e Charles
Aznavour – al secolo Aznavourian – hanno vissuto
profondamente la drammaticità dei fatti narrati. E in ogni caso, quando
si affrontano temi quali l’intolleranza, la discriminazione, la
violenza, l’oppressione, l’odio fra i popoli, siamo tutti coinvolti
e chiamati a riflettere. Il regista si è dunque trovato di
fronte ad un film impegnativo, quello che forse avrebbe dovuto segnare
maggiormente il suo percorso artistico. Eppure, il
risultato delude le aspettative. Ridondante, informativo più
che ispirato, complicato più che complesso, “Ararat” è lontano
dalla possente forza emotiva de “Il pianista” di Polanski.
La
regia si fa quasi televisiva e non assurge ai livelli delle opere
precedenti, in particolare “Il dolce domani”. Purtroppo, nemmeno la
struttura è esente da difetti, anzi, è forse il vero punto debole del
film. Egoyan assume un punto di vista distaccato – e quindi almeno
negli intenti più obiettivo – degli eventi. Come? Con un processo di
mise en abyme che presenta il passato alla luce del presente, attraverso
l’espediente metafilmico del movie dentro al movie. Egoyan delega il
suo ruolo al proprio doppio diegetico, Edward Saroyan. Ci mostra così
la realtà rielaborata come fiction in un colossal non sempre conforme
alla verità storica, ironizzando sulle megaproduzioni cinematografiche.
A volte, invece, i confini fra finzione e tragedia reale diventano
labili, quasi indistinguibili. La realizzazione di questo film dentro il
film sfiora vari personaggi e l’esistenza di ognuno di loro
s’interseca con quella degli altri. Tipico, a dire il vero, della
cinematografia di Egoyan. Vicende personali e tormenti intimi, però,
non arricchiscono la Storia collettiva a cui sono sottesi, né si
salvano dalla retorica.
Ne
deriva un puzzle strutturale alquanto contorto
con numerosi subplot. Un regista e uno sceneggiatore
necessitano della consulenza di una studiosa per il loro film in cui si
narra di un artista armeno scampato al massacro. La donna ha avuto due
mariti, il primo dei quali è il padre della ragazza di cui è
innamorato suo figlio, orfano di un uomo morto in un attentato ad un
diplomatico turco. Il ragazzo, fermato alla frontiera con la pellicola
del film, viene interrogato da un funzionario di dogana turco che non
accetta la relazione omosessuale fra il proprio figlio ed uno degli
attori del cast. Coincidenze un po’ troppo forzate per essere
verosimili. Con tanto di amore gay e rapporto semi-incestuoso (tema già
presente ne “Il dolce domani”). Ma a che pro?
Paola Daniela
Orlandini
Segnaliamo
che durante il mese di maggio la Cineteca di Bologna dedicherà una
retrospettiva proprio ad Atom Egoyan.