Anno VIII - Numero 40 - Gennaio 2003

Speciale Le due torri


La scoperta della Terra di Mezzo
di Luisa Ferrari

La trasposizione cinematografica della Trilogia ha generato, da un anno a questa parte, una proliferazione di improvvisati tolkeniani, di nuovi esperti filologi del Quenya e del Sindarin (le lingue elfiche della terra di Mezzo), ed infine ha risvegliato coloro la cui passione, sopita dal tempo e dall’attesa, era stata riposta in qualche scansia. A somme fatte, Il Signore degli Anelli conta oggi quasi cento milioni di lettori, neofiti o veterani, sparsi in tutto il mondo, fautori di una riscoperta - o di un primo contatto - scevro dalle strumentalizzazioni e dalle letture deviate delle passate generazioni: perché, se un racconto è acronico, come quello fantastico, esso è svincolato dal tempo e dallo spazio di chi si appresta ad avvicinarvisi, e in ugual modo dal tempo e dallo spazio che l’hanno concepito. Ne è stato, senza dubbio, influenzato: è vero che lo stesso Tolkien ha confessato più volte le proprie preoccupazioni per le vicende del suo tempo (non dimentichiamoci che l’intero mondo di Arda, dal Silmarillion, a Lo Hobbit, a Il Signore degli Anelli, è stato concepito e curato a cavallo delle due Guerre) e che questa inquietudine trafigge ogni singola pagina della Trilogia, riscoperta di una mitologia mai consegnata alla Tradizione britannica, o forse, più verosimilmente, omaggio malinconico ad un fiabesco mondo rurale. Tuttavia non sbaglieremmo affatto figurandoci il Professore di Oxford, di fronte all’idolatria ancipite di hippies americani prima, neofascisti italiani e cattolici avanguardisti poi, borbottare con la pipa fra i denti: ”Nonsense…”.

Lo strumento che veicola questa nuova consapevolezza dell’opera di Tolkien è il linguaggio visivo, di straordinaria forza, del mezzo cinematografico, in grado di dare corpo e forma all’immaginario tolkeniano in scala universale e di riprodurre una Terra di Mezzo, il mondo di hobbit, elfi ed Ent, connotata da un’intima coerenza interna e da credibilità: perché la ricostruzione di un Mondo Immaginario risiede nell’abilità del trasporre un universo di valori, civiltà e costumi in cui il soprannaturale, il magico e l’elfico appaiano tanto plausibili quanto il tangibile e il “vero” del nostro mondo.

L’iconografia del linguaggio filmico nel Signore degli Anelli è, forse, irrimediabilmente circoscritta alle tre ore di ogni proiezione, ma è univoca: e quando il lavoro di ricostruzione è svolto con l’invidiabile cura di 2.000 hobbit neozelandesi il significato che ci viene riconsegnato, arricchito da tanto lavoro, è, con molta probabilità, il più possibile fedele a quello originario.

Jackson ci restituisce intatti l’afflato epico dell’intreccio, la minuziosa caratterizzazione dei personaggi, i sottointesi e le ambiguità, anche laddove sconvolge protagonisti e comprimari (come nel caso del Nano Gimli, per il quale prende in prestito i tratti dei suoi più gioviali antenati ne Lo Hobbit) e sviscera asciutti personaggi secondari dipingendoli a tutto tondo (la tanto dibattuta Arwen, che rimpiazza l’eroico elfo Glorfindel nel primo film e che si insinua nell’intreccio del secondo), brevettando una consuetudine revisionista che indispettisce i più ortodossi tra nuovi e vecchi tolkeninani: “Riscrivere” un autore è un’operazione delicata, sebbene legittimata da esigenze filmiche, che difficilmente richiama sostenitori. Tuttavia, l’ambizione massima della Trilogia di Jackson risiede nel voler ritrarre la Terra di Mezzo nella sua dimensione ontologica, nell’organicità e profonda armonia di un mondo mitologico che esiste al di là delle casualità che ne determinano il corso. Se avrà ragione in questa titanica impresa, ora che la sua opera manca di una conclusione, è troppo presto per dirlo.

Il cinema riconsegna, dunque, allo spettatore la purezza d’intenti (o forse l’assenza di propositi) della Terra di Mezzo tolkeniana; il viaggio di Peter Jackson, così come il nostro, si identifica, attraverso il grande schermo, con l’invenzione tolkeniana, se le si restituisce il significato originario (dal latino invenire) di “scoperta”, “ritrovamento”.

Luisa Ferrari


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