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La
scoperta della Terra di Mezzo
di Luisa Ferrari
La
trasposizione cinematografica della Trilogia ha generato, da un anno a
questa parte, una proliferazione di improvvisati tolkeniani, di nuovi
esperti filologi del Quenya e del Sindarin (le lingue elfiche della
terra di Mezzo), ed infine ha risvegliato coloro la cui passione, sopita
dal tempo e dall’attesa, era stata riposta in qualche scansia. A somme
fatte, Il Signore degli Anelli conta oggi quasi cento milioni di
lettori, neofiti o veterani, sparsi in tutto il mondo, fautori di una
riscoperta - o di un primo contatto - scevro dalle strumentalizzazioni e
dalle letture deviate delle passate generazioni: perché, se un racconto
è acronico, come quello fantastico, esso è svincolato dal tempo e
dallo spazio di chi si appresta ad avvicinarvisi, e in ugual modo dal
tempo e dallo spazio che l’hanno concepito. Ne è stato, senza dubbio,
influenzato: è vero che lo stesso Tolkien ha confessato più volte le
proprie preoccupazioni per le vicende del suo tempo (non dimentichiamoci
che l’intero mondo di Arda, dal Silmarillion, a Lo Hobbit, a Il
Signore degli Anelli, è stato concepito e curato a cavallo delle due
Guerre) e che questa inquietudine trafigge ogni singola pagina della
Trilogia, riscoperta di una mitologia mai consegnata alla Tradizione
britannica, o forse, più verosimilmente, omaggio malinconico ad un
fiabesco mondo rurale. Tuttavia non sbaglieremmo affatto figurandoci il
Professore di Oxford, di fronte all’idolatria ancipite di hippies
americani prima, neofascisti italiani e cattolici avanguardisti poi,
borbottare con la pipa fra i denti: ”Nonsense…”.
Lo
strumento che veicola questa nuova consapevolezza dell’opera di
Tolkien è il linguaggio visivo, di straordinaria forza, del mezzo
cinematografico, in grado di dare corpo e forma
all’immaginario tolkeniano in scala universale e di riprodurre una
Terra di Mezzo, il mondo di hobbit, elfi ed Ent, connotata da
un’intima coerenza interna e da credibilità: perché la ricostruzione
di un Mondo Immaginario risiede nell’abilità del trasporre un
universo di valori, civiltà e costumi in cui il soprannaturale, il
magico e l’elfico appaiano tanto plausibili quanto il tangibile e il
“vero” del nostro mondo.
L’iconografia
del linguaggio filmico nel Signore degli Anelli è, forse,
irrimediabilmente circoscritta alle tre ore di ogni proiezione, ma è
univoca: e quando il lavoro di ricostruzione è svolto con
l’invidiabile cura di 2.000 hobbit neozelandesi il significato che ci
viene riconsegnato, arricchito da tanto lavoro, è, con molta probabilità,
il più possibile fedele a quello originario.
Jackson
ci restituisce intatti l’afflato epico dell’intreccio, la
minuziosa caratterizzazione dei personaggi, i sottointesi e le ambiguità,
anche laddove sconvolge protagonisti e comprimari (come nel caso del
Nano Gimli, per il quale prende in prestito i tratti dei suoi più
gioviali antenati ne Lo Hobbit) e sviscera asciutti personaggi secondari
dipingendoli a tutto tondo (la tanto dibattuta Arwen, che rimpiazza
l’eroico elfo Glorfindel nel primo film e che si insinua
nell’intreccio del secondo), brevettando una consuetudine revisionista
che indispettisce i più ortodossi tra nuovi e vecchi tolkeninani:
“Riscrivere” un autore è un’operazione delicata, sebbene
legittimata da esigenze filmiche, che difficilmente richiama
sostenitori. Tuttavia,
l’ambizione massima della Trilogia di Jackson risiede nel voler
ritrarre la Terra di Mezzo nella sua dimensione ontologica,
nell’organicità e profonda armonia di un mondo mitologico che esiste
al di là delle casualità che ne determinano il corso. Se avrà ragione
in questa titanica impresa, ora che la sua opera manca di una
conclusione, è troppo presto per dirlo.
Il
cinema riconsegna, dunque, allo spettatore la purezza d’intenti
(o forse l’assenza di propositi) della Terra
di Mezzo tolkeniana; il viaggio di Peter Jackson, così come
il nostro, si identifica, attraverso il grande schermo, con
l’invenzione tolkeniana, se le si restituisce il significato
originario (dal latino invenire) di “scoperta”,
“ritrovamento”.
Luisa
Ferrari
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