Anno VIII - Numero 40 - Gennaio 2003

Speciale Gangs of New York


GANGS OF NEW YORK

CAST TECNICO ARTISTICO

RegiaMartin Scorsese
Sceneggiatura
: Jay Cocks, Steven Zaillian, Kenneth Lonergan
Fotografia
: Michael Ballhaus
Scenografia
: Dante Ferretti
Costumi
: Sandy Powell
Musica
: Howard Shore
Montaggio
: Thelma Schoonmaker
Prodotto da
: Alberto Grimaldi, Harvey Weinstein
(USA; 2002)

Durata
: 165'
Distribuzione cinematografica
: Twentieth Century Fox Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Amsterdam Vallon: Leonardo DiCaprio
Bill "The Butcher" Cutting: Daniel Day-Lewis
Jenny Everdeane: Cameron Diaz
Boss Tweed: Jim Broadbent
Happy Jack: John C. Reilly
Padre Vallon: Liam Neeson

New York, anno 1845. nel quartiere di Five Points, in un duro scontro tra le gang rivali dei “Nativi” e degli irlandesi “Conigli morti”, il piccolo Amsterdam Vallon assiste impotente alla morte del padre, giurando che un giorno sarebbe tornato a vendicarlo. Trascorrono 15 anni e, uscito dal riformatorio, Amsterdam scopre che Bill il Macellaio, l’uomo colpevole dello sterminio della sua famiglia e della sua gente, è oggi uno dei più autorevoli rappresentanti della malavita newyorkese. Cercherà, allora, d’infiltrarsi tra i collaboratori più stretti della gang, ove incontrerà anche l’affascinante Jenny Everdeane, un’enigmatica ladruncola che combatte strenuamente per la propria indipendenza. Il percorso formativo del giovane Amsterdam diverrà una lotta per la sua sopravvivenza e per quella della sua gente, in cerca di un luogo a cui appartenere. Nel frattempo, sullo sfondo infuriano gli scontri della Guerra Civile, preparando lo scenario al caso di tensione civile più doloroso che l’America abbia mai conosciuto.

Non è raro che Martin Scorsese si lasci, in un racconto, sedurre dal respiro dei toni più epici: è una tendenza che si riscontra nel diffuso lirismo di melò come “L’età dell’innocenza” e “Casinò”, ma anche ne “L’ultima tentazione di Cristo”. Continuamente oscillando tra il dettaglio ed il totale, indugiando sui risultati del dualismo a cui questa scelta stilistica lo lega, Scorsese trova ancora la strada attraverso un progetto personale quanto lo era stato “L’ultima tentazione”, un desiderio assecondato e nutrito in oltre trent’anni d’attese e dilazioni. Decide infine di dedicarsi ad un monumentale affresco in cui coglie la storia di due etnie e di due uomini, per darle posto nel mosaico più ampio della nascita di un paese e delle sue tradizioni sociali. Qui, il grande autore definisce una calibrata serie di bivalenze strutturali, esempi preziosi di teoria del cinema: rivolgendosi apparentemente alla brutalità del linguaggio popolare come ventre del disordine, d’improvviso allarga l’obiettivo per scavare a fondo nei modi in cui la violenza si esprime, non solo concentrandola in un gesto furioso, ma infiltrandola diversamente e ad ogni livello sociale nei gesti della vita quotidiana, come parte integrante di una New York primitiva e selvaggia.

A più riprese, allontana la messa a fuoco dai personaggi per portar luce sin dentro al silenzioso contesto che li contiene e li sorveglia, al tempo stesso ridimensionandoli. Ciò che intende ottenere è il quadro di un’America profondamente strutturata, frammentaria e caotica, il cui profilo è irregolare come un’immagine ricomposta a casaccio; ove la conquista dello spazio riesce solo ad esprimersi nell’atto di forza che le ripartizioni culturali affermano in un antico senso di appartenenza alle proprie radici, disinteressate a comunicarsi il desiderio di una terra nuova.

Tutti gli attori, dai protagonisti ai comprimari, sono un dettaglio essenziale di questo limpido sguardo corale, straordinariamente attenti a conservare i registri di una sceneggiatura versatile che intreccia la farsa ed il melodramma, imponendo lo sforzo di distribuire con misura le proprie risorse interpretative. Daniel Day-Lewis, soprattutto, porta sullo schermo un personaggio travolgente, forma e simbolo in uno spazio che sovrasta, conquistandolo con la stessa risolutezza del Tom Hanks di “Castaway”. Quella di Scorsese non è di certo una ricerca dalle ambizioni storiografiche, ma una rappresentazione fiabesca a cui le contrapposizioni storiche negano il diritto alla catarsi: una sinfonia incompiuta, ad ogni modo integra e bastevole, riguardosamente rischiarata dalla fiamma di John Ford.

Francesco Russo

Speciale Gangs of New York


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