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GANGS
OF NEW YORK
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Martin
Scorsese
Sceneggiatura: Jay Cocks, Steven
Zaillian, Kenneth Lonergan
Fotografia: Michael Ballhaus
Scenografia: Dante Ferretti
Costumi: Sandy Powell
Musica: Howard Shore
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Prodotto da: Alberto Grimaldi,
Harvey Weinstein
(USA; 2002)
Durata: 165'
Distribuzione cinematografica: Twentieth
Century Fox Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Amsterdam Vallon: Leonardo DiCaprio
Bill "The Butcher" Cutting: Daniel Day-Lewis
Jenny Everdeane: Cameron Diaz
Boss Tweed: Jim Broadbent
Happy Jack: John C. Reilly
Padre Vallon: Liam Neeson
   
New
York, anno 1845. nel quartiere di Five Points, in un duro scontro tra le
gang rivali dei “Nativi” e degli irlandesi “Conigli morti”, il
piccolo Amsterdam Vallon assiste impotente alla morte del padre,
giurando che un giorno sarebbe tornato a vendicarlo. Trascorrono 15 anni
e, uscito dal riformatorio, Amsterdam scopre che Bill il Macellaio,
l’uomo colpevole dello sterminio della sua famiglia e della sua gente,
è oggi uno dei più autorevoli rappresentanti della malavita newyorkese.
Cercherà, allora, d’infiltrarsi tra i collaboratori più stretti
della gang, ove incontrerà anche l’affascinante Jenny Everdeane,
un’enigmatica ladruncola che combatte strenuamente per la propria
indipendenza. Il percorso formativo del giovane Amsterdam diverrà una
lotta per la sua sopravvivenza e per quella della sua gente, in cerca di
un luogo a cui appartenere. Nel frattempo, sullo sfondo infuriano gli
scontri della Guerra Civile, preparando lo scenario al caso di tensione
civile più doloroso che l’America abbia mai conosciuto.
 Non
è raro che Martin Scorsese si lasci, in un racconto, sedurre dal
respiro dei toni più epici: è una tendenza che si riscontra
nel diffuso lirismo di melò come “L’età dell’innocenza” e
“Casinò”, ma anche ne “L’ultima tentazione di Cristo”.
Continuamente oscillando tra il dettaglio ed il totale, indugiando sui
risultati del dualismo a cui questa scelta stilistica lo lega, Scorsese
trova ancora la strada attraverso un progetto personale quanto lo era
stato “L’ultima tentazione”, un desiderio assecondato e nutrito in
oltre trent’anni d’attese e dilazioni. Decide infine di dedicarsi ad
un monumentale affresco in cui coglie la storia di due etnie e di due
uomini, per darle posto nel mosaico più ampio della nascita di un paese
e delle sue tradizioni sociali. Qui, il grande autore definisce una
calibrata serie di bivalenze strutturali, esempi preziosi di teoria del
cinema: rivolgendosi apparentemente alla brutalità del linguaggio
popolare come ventre del disordine, d’improvviso allarga l’obiettivo
per scavare a fondo nei modi in cui la violenza si esprime, non solo
concentrandola in un gesto furioso, ma infiltrandola diversamente e ad
ogni livello sociale nei gesti della vita quotidiana, come parte
integrante di una New York primitiva e selvaggia.
A
più riprese, allontana la messa a fuoco dai personaggi per portar luce
sin dentro al silenzioso contesto che li contiene e li sorveglia, al
tempo stesso ridimensionandoli. Ciò che intende ottenere è il
quadro di un’America profondamente strutturata, frammentaria e caotica,
il cui profilo è irregolare come un’immagine ricomposta a casaccio;
ove la conquista dello spazio riesce solo ad esprimersi nell’atto di
forza che le ripartizioni culturali affermano in un antico senso di
appartenenza alle proprie radici, disinteressate a comunicarsi il
desiderio di una terra nuova.
Tutti
gli attori, dai protagonisti ai comprimari, sono un dettaglio essenziale
di questo limpido sguardo corale, straordinariamente attenti a
conservare i registri di una sceneggiatura versatile che intreccia la
farsa ed il melodramma, imponendo lo sforzo di distribuire con misura le
proprie risorse interpretative. Daniel
Day-Lewis, soprattutto, porta sullo schermo un personaggio travolgente,
forma e simbolo in uno spazio che sovrasta, conquistandolo con la stessa
risolutezza del Tom Hanks di “Castaway”. Quella
di Scorsese non è di certo una ricerca dalle ambizioni storiografiche,
ma una rappresentazione fiabesca a cui le contrapposizioni
storiche negano il diritto alla catarsi: una
sinfonia incompiuta, ad ogni modo integra e bastevole,
riguardosamente rischiarata dalla fiamma di John Ford.
Francesco
Rus so
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