Anno VIII - Numero 40 - Gennaio 2003

I film del mese


PROVA A PRENDERMI
(CATCH ME IF YOU CAN)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura:
Jeff Nathanson
Fotografia:
Janusz Kaminski
Scenografia:
Jeannine Oppewall
Costumi:
Mary Zophres
Musica:
John Williams
Montaggio:
Michael Kahn
Prodotto da:
Steven Spielberg, Walter F. Parkes
(USA, 2002)

Durata
: 142'
Distribuzione cinematografica
: UIP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Frank Abagnale Jr: Leonardo Di Caprio
Carl Hanratty: Tom Hanks
Frank Abagnale: Christopher Walken
Roger Strong: Martin Sheen
Paula Abagnale: Nathalie Baye
Brenda Strong: Amy Adams

“Avevo appena finito di girare ‘Minority Report’ e non riuscivo a liberarmi da uno stato d’animo alquanto cupo. Ho pensato che questo film poteva rappresentare una boccata d’aria fresca e, d’altra parte, passare da un genere all’altro mi dà molta carica”: forse prendendo spunto da codeste dichiarazioni di Steven Spielberg, la critica americana - Roger Ebert in testa - non ha mancato di mettere in rilievo il carattere di presunta opera minore di “Prova a prendermi”, pur riservando lodi alla pellicola medesima. Magari anche negli States la commedia è vista alla stregua d’un genere non troppo nobile, oppure è la relativa semplicità della vicenda ad aver suggerito talune osservazioni: ci sia in ogni caso consentito di garbatamente dissentire, giacché a noi pare che quest’ultima fatica del regista di “E.T.” sia tra le sue più coerenti e conchiuse, nonché ricettacolo di preoccupazioni e temi tanto suoi tipici quanto qui svolti felicemente. 

Basato sull’autobiografia di Frank W.Abagnale, il film narra la storia di un ragazzo fuggito di casa perché sconvolto dall’imminente divorzio dei genitori; messo nella necessità di doversi guadagnare da vivere, egli si scopre uno straordinario talento nella truffa, che lo porterà ad indossare di volta in volta i panni di pilota di linea, medico ed avvocato, oltre che a guadagnare diversi milioni di dollari prima di avere compiuto i ventuno anni. Sulle sue tracce, il tenace agente dell’FBI Carl Hanratty, contrariato dalla impossibilità di acciuffarlo eppure intenerito dalla giovane età del ricercato, consapevole inoltre dei dolorosi eventi che hanno concorso a far di lui un fuorilegge. 

Il gioco dell’oca scosceso e vorticoso cui i due danno vita ci conduce a spasso per l’America degli anni ‘50 e ’60, un paese ancora popolato da persone ingenue e fiduciose, percorso dalle musiche di Henry Mancini e George Gershwin, disegnato nelle tinte pastello dell’età dell’innocenza: una nazione ove il viso pulito ed adolescenziale del protagonista mai verrebbe associato ad una malversazione, di middleclass che danza nei tinelli e gente highbrow che celebra i fidanzamenti delle figlie nel parco della propria villa. Pur scaltro ed imprendibile, il giovanissimo Frank vi si aggira come Alice nel paese delle meraviglie, guidato da un unico scopo: ricostituire la propria famiglia di partenza, finanziariamente rovinata e distrutta dalla separazione dei suoi. Ma ogni ricostruzione si rivela impossibile, i sogni tornano infine ad esser tali: ed è struggente la scena - tra le più belle in assoluto del cinema di Spielberg - in cui un Frank stanco, sconfitto, bisognoso d’affetto, torna a casa per Natale, solo per veder attraverso i vetri d’una finestra sua madre sposata con un altro uomo e già madre di una bimba. Non resterà, al Nostro, che accettare il gravame della crescita, con la consapevolezza che anche un occhialuto funzionario governativo può darti la sensazione di non essere solo al mondo; non gli rimarrà che constatare come la fuga abbia un senso solo se qualcuno ti insegue, che il fatto di assumere mille volti non ti aiuterà ad averne uno, foss’anche quello d’un banale travet dell’antitruffa. Chissà, alla fine, potrebbe esser bello invecchiare sapendo cosa  sei, perché esisti.

Francesco Troiano

Intervista a Steven Spielberg

Catch me if you can, una gemma spielberghiana


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