Anthony R. Stabley
Costumi: Susie
DeSanto
Musica: Thomas
Newman
Montaggio: Chris
Ridsdale
Prodotto da: Hunt
Lowry, John Wells
(Germania, Stati Uniti, 2002)
Durata: 110'
Distribuzione cinematografica: Media
Film
PERSONAGGI E
INTERPRETI
Ingrid Magnussen: Michelle Pfeiffer
Claire Richards :Renée Zellweger
Astrid Magnussen: Alison Lohman
Starr: Robin Wright Penn

Astrid, vive
un rapporto simbiotico con sua madre Ingrid, donna prevaricatrice e
prepotente che plasma la figlia a suo piacimento. Un giorno la donna
viene arrestata sotto gli occhi increduli di Astrid, con l’accusa di
aver avvelenato l’ex amante. Astrid finisce così nel baratro
inquietante dei servizi sociali americani (che escono da questo film
come una perversa macchina produttrice di giovani delinquenti). Affidata
prima ad una ex alcolista squilibrata, che gelosa della sua giovane
bellezza le spara, Astrid finisce poi in una casa d’accoglienza che ha
tutta l’aria d’essere un riformatorio. Poco dopo, la stessa
assistente sociale che le ha regalato queste due sistemazioni, pensa
bene di affidarla alle cure di una (neanche tanto potenziale) suicida .
Nel frattempo Astrid va in carcere a trovare sua madre, sempre più
arrabbiata ed egoista.
Drammone
familiar sentimentale, con qualche incursione nel dark e una strizzatine
d’occhio al triller e una persino al prison movie, questo
film d’esordio di Peter Kosminsky,
rischia continuamente di sconfinare nel polpettone pasticciato ed
indigesto. Il film, che prende avvio dal libro di Janet
Finch, si rivela efficace solo nell’interpretazione di alcune
delle biondissime protagoniste. Prima fra tutte Robin
Wright Penn, che, nel breve ruolo, della madre affidataria ex
alcolista semi tossica, uomo dipendente, inguainata in volgari pantaloni
attillati e golfini pelosi dai colori shocking, vale da sola tutta la
fatica di andare a vedere questo film. Anche Alison
Lohman, giovane attrice, con poche esperienze cinematografiche
alle spalle, regge bene il suo ruolo, donando persino al pubblico
qualche raro momento di trasporto. Michelle
Pfeiffer, invece, bionda e gelida madre di ghiaccio, si reca alle
visite della figlia in prigione con l’aspetto di chi è appena uscito
da una Beauty Farm e sfodera una bellezza ineguagliabile, peccato che
corredata di un’espressività altrettanto inarrivabile. Lo stesso si
può dire della povera Renée Zellweger,
mamma amica premurosa e debole, dedita alla sopportazione ad oltranza e
improbabile come molte altre cosette sparse qua e là nel film.
Danila
Filippone