Anno VIII - Numero 41 - Febbraio 2003

I film del mese


THE RING

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Gore Verbinski
Sceneggiatura
: Ehren Kruger
Fotografia
: Bojan Bazelli
Scenografia
: Tom Duffield
Costumi
: Julie Weiss
Musica
: Hans Zimmer
Montaggio
:Craig Wood
Prodotto da
: Walter F. Parkes. Laurie McDonald
(USA; 2002)

Durata
: 110'
Distribuzione cinematografica
: UIP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Rachel Keller: Naomi Watts
Noah: Martin Henderson
Aidan: David Dorfman
Samara: Daveigh Chase
Ruth: Lindsay Frost

Sole in casa, due ragazze scherzano su una scappatella, avvenuta appena la settimana precedente. Sino a quando, per caso, una di loro rievoca una spaventosa leggenda secondo cui, dopo aver veduto una videocassetta, si viene raggiunti da una telefonata, ove una voce debole e misteriosa annuncia la morte dello spettatore allo scadere di sette giorni. La loro serenità s’interrompe, non appena l’altra trova la morte dopo aver confessato di aver guardato quella cassetta. L’orribile scomparsa dell’adolescente diviene un’ossessione per Rachel Keller, scettica giornalista, che decide di condurre le sue indagini personali cominciando proprio dalla ricerca del nastro. La visione di quelle sconvolgenti immagini, inaspettatamente, si accompagnerà ad atroci manifestazioni, coinvolgendo anche l’amico Noah, insieme al quale cercherà di risolvere il mistero nel poco tempo che le resta per salvare la propria vita e quella dei suoi cari.

Se attraverso un’analisi critica non distratta da distinzioni qualitative, si volesse contrapporre l’horror classico – i cui confini abbracciano oltre 20 anni di genere ripartito in vaghe classificazioni stilistiche – alle sue nuove tendenze, il capolavoro di Hideo Nakata e The ring, suo remake americano, offrirebbero un'occasione funzionale per trovarvi le più evidenti trasformazioni: si rintraccerebbero solo nel linguaggio le differenze prioritarie, sin dal primo sguardo, poiché il cinema dell’orrore continua peculiarmente a giocare con il pubblico mediante i topoi dell’oscurità, dello shock e dell’aberrazione. Il cinema horror, che più di ogni altro è legato al valore estetico della narrazione, trova in “Ringu” un esempio chiaro dell’irruenza iscritta nella sua grammatica tradizionale, vicina alle derivazioni europee del genere e distinta da un’azione rallentata che punta a dilungare gli stati di ansia e la tensione trascinandoli come un’eco oltre ogni scena, fino all’implosione finale.

Al contrario, il film di Gore Verbinski (già autore di “Un topolino sotto e sfratto” e di “The Mexican”), opera di notevole equilibrio strutturale, sceglie di disporre il suo meccanismo di morte lungo un procedimento ritmico non altrettanto uniforme, infranto da interventi improvvisi, in apparenza casuali ed imprevisti, che precipitano gradualmente la sensibilità dello sguardo nell’alienazione e nel disordine attraversati dai personaggi, per condividere la loro condanna. Prende, così, quel distacco linguistico dall’originale necessario alla sua autonomia. Anche più ambizioso, “The ring” ritaglia una messinscena hitchcockiana sovrapponendola ad una riflessione sulla decomposizione dell’immagine filmata, la cui vocazione sembra citare le ricerche formali di Michelangelo Antonioni. Come horror, il film conserva ed amplifica il devastante impatto del predecessore, rinnovato dall’ordinato incastro di nuovi dettagli narrativi e dall’esasperazione di un mistero fitto, notturno, aggravato dal turbamento di una brutale leggenda contemporanea, ove gli spettri e gli inquietanti segni della loro esistenza riescono ancora a trovare una strada.
Nonostante la precauzionale visione del film giapponese aiuti a giudicare il lavoro di Verbinski, questo è in grado, comunque, di rifinire in sé le qualità di una storia versatile, caratterizzata da una limitata somma di dettagli, tutti egregiamente gestiti dall’intransigente estro del regista.

Francesco Russo


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