Anno VIII - Numero 41 - Febbraio 2003

I film del mese


IL FIORE DEL MALE
(LA FLEUR DU MAL)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Claude Chabrol
Sceneggiatura
: Caroline Eliacheff, Louise L.Lambrichs, Claude Chabrol
Fotografia
:Eduardo Serra
Scenografia
: Françoise Benoit-Fresco
Costumi
: Mic Cheminal
Musica
: Matthieu Chabrol
Montaggio
: Monique Fardoulis
Prodotto da
: Marin Karmitz
(Francia, 2002)

Durata
: 104'
Distribuzione cinematografica
: Mikado

PERSONAGGI E INTERPRETI

Anne: Nathalie Baye 
François: Benoit Magimel
Zia Line: Suzanne Flon
Gérard: Bernard Le Coq
Michèle: Mélanie Doutey
Matthieu: Thomas Chabrol

Primo tra i registi della Nouvelle Vague ad arrendersi alle ragioni del cinema commerciale, Chabrol fu per questa sua scelta, all’epoca, assai criticato. Il tempo ha finito per dargli ampiamente ragione: senza incrudelire sullo stato di salute artistica di certi suoi compagni di cordata d’antan, basterà constatare come il settantaduenne cineasta parigino annoveri nella propria filmografia titoli di prim’ordine e stia ora attraversando una delle stagioni migliori nella sua lunga, prolifica carriera. Fedele alla propria antica passione per Hitchcock (cui dedicò, nel ‘57, una monografia ancor oggi validissima), come il Maestro egli adopera la forma del giallo in guisa di pretesto per l’accurata descrizione di personaggi, ambienti, situazioni: lo interessano, soprattutto, la provincia francese, il tanfo delle famiglie borghesi, il male che alberga nelle menti di taluni individui. “Il fiore del male”, presentato in concorso al Festival di Berlino, compendia tutte le tematiche di cui sopra attraverso le vicende dei sopravvissuti di tre generazioni di Charpin-Vasseur, esponenti di punta della borghesia bordolese. Una attiva rappresentante della generazione di mezzo, Anne, si è candidata a rivestire la carica di sindaco: puntuale e velenoso, un anonimo volantino squaderna dinnanzi agli occhi degli elettori gli scheletri nell’armadio della sua schiatta, da una vecchia accusa di collaborazionismo all’omicidio del nonno fascista, sino ad un poco chiaro incidente stradale. Chi è il responsabile del gesto diffamatorio? Sotto la parvenza di modi impeccabili, stanno acquattati odi e rancori mai sopiti: tanto che, nella lista dei sospetti, finisce perfino il marito della donna, divorato dalla gelosia per il successo della consorte. Alla fine della corsa, il feroce intersecarsi dei risentimenti lascia sul terreno un morto: ma a pagare, forse, non sarà chi dovrebbe...

Giunto al culmine del proprio magistero, Chabrol rarefa la propria cattiveria senza svigorirla: seguendo, passo dopo passo, i personaggi, egli ne svela progressivamente tic e finzioni, ambiguità e narcisismi, con cartesiana ed implacabile lucidità. Il mostruoso generato dal connubio fra perbenismo e logica di clan aggalla, perciò, spontaneamente: ed è sintomatico che le simpatie - o quanto meno la comprensione - dell’autore vadano comunque a coloro che, indipendentemente dalla eventuale efferatezza o non liceità dei propri comportamenti, abbiano deciso di infrangere la spessa coltre di ipocrisia che collega tutti gli altri.

Infischiandosene allegramente di tutte le regole del “whodunit”, Chabrol ci lascia perfino dubbiosi sulla conclusione ultima: quasi che, all’interno di una società chiusa ed edonistica come quella descritta nella pellicola, ciascuno sia un potenziale diffamatore od un possibile assassino. “Il tempo non esiste. Viviamo in un’unico, eterno presente”, dice ad un certo punto l’angosciata zia Line: ed il male, la sua banalità, ha così modo di procedere senza soluzione di continuità, perpetuandosi in un eterno gioco di rimandi e ripetizioni. A chi lo commette, non resta che morire o sopravvivere, senza sapere quale della due soluzioni sia infine più dolorosa.

Francesco Troiano


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