IL
FIORE DEL MALE
(LA
FLEUR DU MAL)
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Claude Chabrol
Sceneggiatura: Caroline Eliacheff, Louise L.Lambrichs, Claude
Chabrol
Fotografia:Eduardo Serra
Scenografia: Françoise Benoit-Fresco
Costumi: Mic Cheminal
Musica: Matthieu Chabrol
Montaggio: Monique Fardoulis
Prodotto da: Marin Karmitz
(Francia, 2002)
Durata: 104'
Distribuzione cinematografica: Mikado
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Anne:
Nathalie Baye
François: Benoit Magimel
Zia Line: Suzanne Flon
Gérard: Bernard Le Coq
Michèle: Mélanie Doutey
Matthieu: Thomas Chabrol




Primo tra i registi della
Nouvelle Vague ad arrendersi alle ragioni del cinema commerciale,
Chabrol fu per questa sua scelta, all’epoca, assai criticato. Il tempo
ha finito per dargli ampiamente ragione: senza incrudelire sullo stato
di salute artistica di certi suoi compagni di cordata d’antan, basterà
constatare come il settantaduenne cineasta parigino annoveri nella
propria filmografia titoli di prim’ordine e stia ora attraversando una
delle stagioni migliori nella sua lunga, prolifica carriera. Fedele alla
propria antica passione per Hitchcock (cui dedicò, nel ‘57, una
monografia ancor oggi validissima), come il Maestro egli adopera la
forma del giallo in guisa di pretesto per l’accurata descrizione di
personaggi, ambienti, situazioni: lo interessano, soprattutto, la
provincia francese, il tanfo delle famiglie borghesi, il male che
alberga nelle menti di taluni individui. “Il fiore del male”,
presentato in concorso al Festival di Berlino, compendia tutte le
tematiche di cui sopra attraverso le vicende dei sopravvissuti di tre
generazioni di Charpin-Vasseur, esponenti di punta della borghesia
bordolese. Una attiva rappresentante della generazione di mezzo, Anne,
si è candidata a rivestire la carica di sindaco: puntuale e velenoso,
un anonimo volantino squaderna dinnanzi agli occhi degli elettori gli
scheletri nell’armadio della sua schiatta, da una vecchia accusa di
collaborazionismo all’omicidio del nonno fascista, sino ad un poco
chiaro incidente stradale. Chi è il responsabile del gesto
diffamatorio? Sotto la parvenza di modi impeccabili, stanno acquattati
odi e rancori mai sopiti: tanto che, nella lista dei sospetti, finisce
perfino il marito della donna, divorato dalla gelosia per il successo
della consorte. Alla fine della corsa, il feroce intersecarsi dei
risentimenti lascia sul terreno un morto: ma a pagare, forse, non sarà
chi dovrebbe...
Giunto al culmine del proprio
magistero, Chabrol rarefa la propria cattiveria senza svigorirla:
seguendo, passo dopo passo, i personaggi, egli ne svela progressivamente
tic e finzioni, ambiguità e narcisismi, con cartesiana ed implacabile
lucidità. Il mostruoso generato dal connubio fra perbenismo e logica di
clan aggalla, perciò, spontaneamente: ed è sintomatico che le simpatie
- o quanto meno la comprensione - dell’autore vadano comunque a coloro
che, indipendentemente dalla eventuale efferatezza o non liceità dei
propri comportamenti, abbiano deciso di infrangere la spessa coltre di
ipocrisia che collega tutti gli altri.
Infischiandosene allegramente
di tutte le regole del “whodunit”, Chabrol ci lascia perfino
dubbiosi sulla conclusione ultima: quasi che, all’interno di una
società chiusa ed edonistica come quella descritta nella pellicola,
ciascuno sia un potenziale diffamatore od un possibile assassino. “Il
tempo non esiste. Viviamo in un’unico, eterno presente”, dice ad un
certo punto l’angosciata zia Line: ed il male, la sua banalità, ha
così modo di procedere senza soluzione di continuità, perpetuandosi in
un eterno gioco di rimandi e ripetizioni. A chi lo commette, non resta
che morire o sopravvivere, senza sapere quale della due soluzioni sia
infine più dolorosa.