Anno VIII - Numero 43 - Aprile 2003

I film del mese


LA REGOLA DEL SOSPETTO
(THE RECRUIT)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Roger Donaldson
Sceneggiatura
: Roger Towne, Kurt Wimmer, Mitch Glazer
Fotografia
: Stuart Dryburgh
Scenografia
: Andrew McAlpine
Costumi
: Beatrix Aruna Pasztor
Musica
: Klaus Badelt
Montaggio
: David Rosenbloom
Prodotto da
: Roger Birnbaum, Jeff Apple, Gary Barber
(USA, 2003)

Durata
: 114'
Distribuzione cinematografica
: Buena Vista International Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Walter Burke: Al Pacino
James Clayton: Colin Farrel
Layla: Bridget Moynahan
Zack: Gabriel Macht
Ronnie: Mike Realba

James Clayton, brillante neolaureato in ingegneria elettronica, viene contattato dall'agente Walter Burke per entrare a far parte della CIA, dove già suo padre aveva prestato servizio. Allettato dall'offerta, dopo un breve periodo di riflessione Clayton viene introdotto alle prime fasi dell'addestramento, il cui scopo è insegnare alle giovani reclute ad agire come esperti veterani, preparati a qualunque missione. Durante le dure prove, il ragazzo s'invaghisce dell'attraente collega Layla, insieme alla quale si allena fino al giorno in cui viene cacciato dal corso, per non aver superato un'esercitazione. Oramai fuori, Clayton riceve inaspettatamente una chiamata da Burke che gli affida un incarico: scovare una talpa. Ma nella CIA, molte cose non sono ciò che sembrano.

Modesto ibrido tra lo spy-movie ed il cinema d'azione, "La regola del sospetto" di Roger Donaldson ("Dante's peak", "Specie mortale", "Getaway") irrompe nella struttura ermetica dei servizi segreti americani allestendo una reazione a catena fondata sulla logica delle apparenze, secondo cui ogni avvenimento può assumere qualunque significato al di fuori di quello che vorrebbe far intendere, a motivo di una segretezza che non ammette compromessi. Svelando in fretta questo presupposto, Donaldson si trova ad un vicolo cieco oltre il quale non riesce a spingere il registro narrativo del film, poiché l'ingenuità del suo approccio recide la tensione che dovrebbe crescere nella sorpresa senza adottare soluzioni stilistiche alternative, limitando il suo meccanismo di contrari ad una superficiale elencazione di eventi danneggiati dalla loro prevedibilità. Nonostante la scelta di articolare la trama in tre parti (la chiamata, il tirocinio e la missione) possa ritenersi l'ingrediente più efficace di tutto il progetto, le carenze della regia didascalica e degli affettati procedimenti rappresentativi adottati dall'autore ne alterano ripetutamente il registro con brusche ed immotivate variazioni di tono, che tradiscono il climax del racconto dove neanche la bravura degli interpreti può intervenire. 

Ma, se il talento di un astro nascente come Corin Farrel può restare all'ombra di queste insufficienze, chi ne fa maggiormente le spese è Al Pacino, che mostra evidente stanchezza su un personaggio approssimativo in cui si affollano alla rinfusa le tipologie caratteriali che lo hanno reso celebre, divenendo qui un'ingiusta pantomima della sua incommensurabile grandezza.

Francesco Russo


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