Anno VIII - Numero 43 - Aprile 2003

I film del mese


OASIS

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Lee Chang-ong
Sceneggiatura
: Lee Chang-ong
Fotografia
: Choi Young-taek
Scenografia
: Shin Jum-ui
Costumi
: Cha Sun-young
Musica
:Lee Jae-jin
Montaggio
:Kim Hyun
Prodotto da
: Myung Kaynam
(Corea del Sud, 2002)

Durata
: 132'
Distribuzione cinematografica
: Revolver

PERSONAGGI E INTERPRETI

Hong Jong-du: Sol Kyung-gu
Han Gong-ju: Moon So-ri
Hong Jong-II: Ahn Nae-sang
Hong Jong-sae: Ryoo Seung-wan
Moglie di Jong-II: Chu Gui-jeong

Hong Jong-du e Han Gong-ju sono due giovani emarginati che le famiglie rifiutano di accogliere: Lui, perché incapace di adattarsi alle più importanti regole sociali, che non si amalgamano alla diversità; lei per la paraplegia che consuma la sua vita nella reclusione di un appartamento da cui non può evadere, se non con l’immaginazione, osservando un tappeto a muro su cui una donna, un bambino ed un elefante si riposano alla pace di un’oasi. Dopo il turbante primo incontro, i due ragazzi iniziano a vedersi con maggior frequenza e a provare dei sentimenti corrisposti, creandosi il loro posto nella normalità. Fino a quando, scoperti dai parenti, vengono divisi ed umiliati da leggi morali che rovesciano i valori del loro rapporto; cinici ed incompatibili carcerieri, ignari della vitalità dello spirito che lo anima.

Guardando oltre la sua trama ingannevole, che può indurre all’errore di considerarlo una tragedia convenzionale, dai toni aspri, Oasis è l’esempio straordinario di un cinema dalle attitudini immaginifiche in cui la realtà viene ridefinita attraverso la trascendenza, quasi trasgredendo i precetti del melodramma. Dopo una concisa introduzione ai personaggi, il film dello scrittore e regista Lee Chang-dong - premio speciale per la miglior regia alla 59ª Mostra Cinematografica di Venezia - con padronanza stilistica cala la loro alienazione in un clima narrativo amplificato da toni fiabeschi ed onirici, che rivelano forme di comunicazione insospettate e peculiari di cui l’atto primario è l’osservazione. Seguendo coordinate essenziali, il campo visivo protende la sua cornice sin dentro la sfera emotiva degli amanti e coglie le immagini che la loro fantasia isola dalla realtà, affrancata dalle relazioni immutabili della logica e ricomposta in un paradiso artificiale: è l’intimità dello spazio filmico, che si costituisce come soluzione all’intransigenza del macrocosmo socio-culturale da cui la coppia è respinta, poiché scioglie il vincolo tra significante e significato e stabilisce un luogo metafisico dove riescono a corrispondersi segni forse diversi, ma espressi dal medesimo desiderio di libertà. Simili, allora, solo nell’emarginazione, i due giovani avvolgono i loro caratteri in un abbraccio silenzioso e pregnante che aggrava l’allontanamento dai rispettivi nuclei familiari, incapaci d’integrarli nella severità dei costumi e delle esigenze quotidiane. Al pari delle ombre che si rinfrancano confinate nella quieta oasi del piccolo arazzo, così il privilegio morale del loro rapporto viene mosso ai bordi della vita, come spinto da un soffio d’aria, parallelo all’impegno degli altri uomini che, incuranti, proseguono un inevitabile confronto con il decorso dell’esistenza.

Se la fibra densa di questi simboli è il felice risultato dello sforzo creativo dell’autore, agli straordinari interpreti va allo stesso modo riconosciuto il merito di due ruoli coinvolgenti, che passano con disinvoltura dall’eccitazione di cui sono pervasi gli incontri diurni al sollievo dell’ultimo focolare nello svanire del giorno, quando le inafferrabili ragioni della loro felicità si radunano e riordinano davanti al profilo delle sagome cucite sul tappeto, che gli restituiscono lo sguardo, dando un senso alla loro muta simbiosi: in un luogo dove, a tratti, avremmo voglia di raggiungerli, di là dalla frontiera sensibile dello schermo.

Francesco Russo


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