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NAVE FANTASMA
(GHOST SHIP)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Steven Beck Sceneggiatura Mark Hanlon,
John Pogue Fotografia: Gale Tettersal Scenografia: Graham "Grace"
Walker Costumi: Margot Wilson Musica: John Frizzell Montaggio: Roger Barton Prodotto
da: Joel
Silver, Robert Zemeckis, Gilbert Adler (USA; 2003) Durata: 89' Distribuzione
cinematografica: Warner Bros. Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Sean Murphy: Gabriel Byrne
Maureen Epps: Julianna Margulies
Greer: Isaiah Washington
Dodge: Ron Eldard
Jack Ferriman: Desmond Harrington

La squadra per il recupero
marittimo del rimorchiatore Artic Warrior, guidata dal capitano Sean
Murphy e dalla responsabile Maureen Epps, è specializzata nella
localizzazione di navi abbandonate, che trasporta a terra solo dietro
lauti compensi. Contattata da un pilota canadese, viene da questi assunta
per indagare su una misteriosa nave individuata nel mare di Bering, al
largo delle coste dell’Alaska, che si rivela essere il relitto della
leggendaria Antonia Graza, transatlantico italiano da crociera
misteriosamente scomparso oltre quarant’anni prima. Una volta a bordo
della sinistra imbarcazione, gli uomini dell’equipaggio si troveranno a
fronteggiarne gli innominabili segreti, il cui risveglio suonerà per loro
come il più crudele presagio di morte.
 È
prerogativa dei generi cinematografici, da oltre un decennio, interagire e
mescolarsi; rinnovare cioè il proprio lessico dimostrando l’illegittimità
di strutture predefinite ed immutabili, per evitare una paralisi che ne
determinerebbe il declino e l’estinzione. Laddove non contribuisce alla
nascita di nuove forme (che se identificate suggeriscono la necessità di
una riclassificazione dei generi), questo “processo d’adattamento” corre
frequentemente il rischio di snaturare gli assiomi perdendo di vista le
loro funzioni. Ad esempio, chiunque ritenga se stesso un consumatore di
cinema horror, saprà con esattezza quale peso abbia il “fuori campo” tra i
rudimenti della sua rappresentazione, poiché da esso dipende in larga
misura l’efficacia di atmosfere la cui paura è evocata da ciò che resta
invisibile ed indeterminabile: di recente, “The ring” ne ha portato il
ruolo ad estreme conseguenze, dimostrando come possa anche assumere un
carattere temporale. Con incostante disciplina, al contrario, il
linguaggio di Steven Beck – già regista del debole “I tredici spettri” –
riversa la poliedrica grammatica dei generi in un involucro neutro senza
fissarne le regole, attraverso un procedimento a spirale ove i registri
del cinema d’azione e della fiaba si sovrappongono via via all’orrore
della prima parte, fino a rilassare lo sguardo in un finale troppo morbido
e dissonante dalle premesse.
Per rispettare i doveri
della consequenzialità, semplicemente trasferendo in mare le condizioni
d’esistenza di una casa stregata, Beck si limita ad accatastare dei
convenzionali espedienti risolutivi, patrimonio comune ai modelli
stilistici chiamati in causa, fissandoli in un’esposizione noiosa e
dogmatica che tradisce, per prime, le aspettative del pubblico a cui il
film è rivolto.
Francesco
Russo
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