: Mikado
PERSONAGGI E INTERPRETI
Jamal: Jamal Udin Torabi
Enayat: Enayatullah



Duro,
amaro, sferzante. Come una tempesta di sabbia o una palese ingiustizia.
In “Cose di questo mondo”, Orso d’oro a Berlino, i confini tra
fiction e documentario sono indistinguibili, a favore di un realismo
rigoroso, addirittura eccessivo nel primo tempo, quando il ritmo è
compromesso dalla lunga sequela dei tratti stradali percorsi dai
protagonisti. Ma se l’inizio è un monotono road movie commentato da
una voce fuori campo, nel secondo tempo le cose cambiano. Lo sviluppo
dell’azione ha risvolti sempre più drammatici e ci fa seguire col
fiato sospeso le varie tappe della disperata odissea di Jamal ed Enayat,
giovani profughi di Peshawar. Ad ogni posto di blocco siamo in ansia per
loro, partecipi dei rischi che corrono mentre tentano di conquistare la
libertà percorrendo la famosa via della seta, alla mercé dei
trafficanti d’uomini.
La
struttura narrativa è piuttosto scarna e Winterbottom,
autore di “Butterfly Kiss” e “Benvenuti a Sarajevo”, non sembra
interessato ad approfondire attraverso i dialoghi le motivazioni e i
timori dei personaggi. Forse perché Jamal ed Enayat non hanno più
sogni, nulla può più scuoterli. Forse per non complicare ulteriormente
per lo spettatore la decodifica mediante sottotitoli di una pellicola il
cui script, quasi improvvisato e pris-sur-le-vif, è recitato in
Pashtu e Farsi da attori non professionisti. Testimonianza diretta o
quasi di vicende molto più che verosimili. Concepito prima dell’11
settembre, realizzato subito dopo la guerra in Afghanistan e distribuito
durante il conflitto irakeno, “Cose di questo mondo” è più che mai
attuale. Perché ogni tanto fa bene riflettere e mettersi nei panni
degli altri, a costo di fare un po’ di fatica. E perché non esistono
solo i film d’intrattenimento.
Allora
può capitare di vedere sullo schermo un militare corrotto con un
semplice walkman, ragazzi di etnie diverse accomunati dal gioco del
calcio, la solidarietà di una famiglia pakistana che apre la propria
casa a degli stranieri, malconci sconosciuti. Oppure una guida che
rinuncia a parte del proprio compenso per comprare delle scarpe nuove ai
profughi che deve accompagnare al di là del confine. O ancora, un
misero emigrante che chiama il proprio bimbo “principino”. A
volte non servono tante parole per rendere la forza di un sentimento.
Realizzato
in digitale con inquadrature tremolanti ed immagini sgranate (il
significante filmico è così funzionale al significato, in quanto
veicola il senso di precarietà), Cose
di questo mondo non manca di efficaci scelte espressive: la
scena “in negativo” della tormenta di neve notturna che sorprende i
protagonisti mentre oltrepassano clandestinamente il confine turco, le
claustrofobiche immagini dei profughi rinchiusi come animali in
container e stipati per 40 ore senz’aria né acqua nella stiva di una
nave, l’alternanza ipnotica e quasi surreale delle luci nel tunnel
della Manica, che Jamal attraversa appeso sotto un camion. Una
denuncia sociale per rivendicare la dignità di tutti i rifugiati
politici e gli emigranti. Un reportage cupo, rischiarato solo
dai sorrisi innocenti dei piccoli profughi, più luminosi
dell’accecante sole pakistano.
Paola Daniela
Orlandini
L'opinione
di Danila Filippone