Anno VIII - Numero 43 - Aprile 2003

I film del mese


SPIRITO DELL’UNIVERSO
Hayao Miyazaki, l’animazione nella sua età adulta

Altro che Zenigata. Dopo anni passati a macerarsi nella sfida tra la Disney, la Pixar e la Dreamworks, tra il classico e le imperantissime tecnologie digitali, l’animazione ha subito una lacerazione che viene da Oriente. Che si ispira alle forme docili, sinuose e vagamente sensuali dei manga. Che nulla ha da spartire con i re leoni, i principi d’Egitto, le formiche o i giocattoli animati. Che è capace di vincere un Orso d’Oro, quello dei film “veri”. Che si chiama soprattutto Hayao Miyazaki, un signore dall’aria austera da poco oltre i sessanta. Un inizio di carriera comune a molti, alla grande Toei Animation, madre di tutti più celebri cartoni televisivi giapponesi. Qui Miyazaki incontra la prima svolta fortunata della sua carriera, il mitico e dinamico Lupin III, irsuto e satiresco epigono del celebre bandito d’Oltralpe. Una serie di straordinario successo, dal grande cinetismo, caratterizzata da un pizzico di erotismo tutto concentrato nelle forme della bella Fujiko. Altrettanto successo raccoglie Future Boy Conan, che anticipa di poco la prima realizzazione “lunga”, Lupin e il castello di Cagliostro

Il lavoro per la televisione ben presto va stretto alle ambizioni di Miyazaki, che accetta nel 1982 la sfida che segnerà definitivamente la sua carriera, l’adattamento del manga di culto Nausicaä. Nella storia della principessa che nel futuro remoto lotta per la pace e la sopravvivenza, in un pianeta Terra distrutto da una guerra totale, ci sono già tutti gli elementi tematici che caratterizzeranno la produzione successiva. Un desiderio di conciliazione, un grande umanesimo di fondo (quasi spielberghiano), il terrore tutto giapponese per la contaminazione e la distruzione della natura. Pur massacrato vergognosamente nelle distribuzioni occidentali, continua  a stupire ancor oggi per l’amplitudo della messa in scena, per la ricchezza dei dettagli, per l’inusitato approfondimento psicologico di vicenda e personaggi. Ampie tracce del filo rosso lasciato galleggiare da Miyazaki si ritrovano nel più recente Principessa Mononoke. Qui il senso del conflitto tra natura e cultura, tra prepotenza degli esseri umani e diritti dell’ambiente si trasforma in un grande apologo ecologista, intessuto da animali che nulla hanno in comune con quelli che popolano l’animazione americana; perché di essere uomini o comportarsi come tali non hanno bisogno, o voglia. Nel mezzo Miyazaki semina il piratesco Castle in the Sky, il magico Tonari no Totoro, sempre immerso nella natura come portatrice di uno spirito vitale, e il buffo Porco rosso,ovvero come trasformare un porcellino in un pilota di idrovolanti che solca il cielo italiano degli anni Trenta, tra Humphrey Bogart e Corto Maltese. 

In questo La città incantata, Miyazaki spinge ancora più a fondo il discorso già iniziato con Nausicaä e Principessa Mononoke. Il confronto è sempre quello tra gli esseri umani, costantemente alle prese con il peccato di hybris, e la dimensione invisibile dello spirito, diviso in questo caso tra la natura e la grande tradizione giapponese dell’oltretomba. In Miyazaki colpisce la profonda modernità di un discorso che ha radici antichissime. Senza toccare i temi fantascientifici tanto cari ad una parte dell’animazione giapponese, da Akira a Metropolis, riesce ad ampliare i confini del sensibile. La categoria dell’antropomorfo, come detto, non è neppure evocata. Ci troviamo in un’altra dimensione, nella quale l’uomo con le sue certezze non è il centro dell’universo. Un mondo inquietante, e affascinante come uno specchio fatato. Il mondo di un artista assoluto.

Riccardo Ventrella

La città incantata


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