Altro
che Zenigata. Dopo anni passati a macerarsi nella sfida tra la Disney,
la Pixar e la Dreamworks, tra il classico e le imperantissime tecnologie
digitali, l’animazione ha subito una lacerazione che viene da Oriente.
Che si ispira alle forme docili, sinuose e vagamente sensuali dei
manga. Che nulla ha da spartire con i re leoni, i principi d’Egitto,
le formiche o i giocattoli animati. Che è capace di vincere un Orso
d’Oro, quello dei film “veri”. Che si chiama soprattutto Hayao
Miyazaki, un signore dall’aria austera da poco oltre i sessanta. Un inizio
di carriera comune a molti, alla grande Toei Animation, madre di tutti
più celebri cartoni televisivi giapponesi. Qui Miyazaki incontra la
prima svolta fortunata della sua carriera, il mitico e dinamico Lupin
III, irsuto e satiresco epigono del celebre bandito d’Oltralpe.
Una serie di straordinario successo, dal grande cinetismo,
caratterizzata da un pizzico di erotismo tutto concentrato nelle forme
della bella Fujiko. Altrettanto successo raccoglie Future Boy Conan,
che anticipa di poco la prima realizzazione “lunga”, Lupin e il
castello di Cagliostro.
Il
lavoro per la televisione ben presto va stretto alle ambizioni di
Miyazaki, che accetta nel 1982 la sfida che segnerà definitivamente la
sua carriera, l’adattamento del manga di culto Nausicaä. Nella
storia della principessa che nel futuro remoto lotta per la pace e la
sopravvivenza, in un pianeta Terra distrutto da una guerra totale, ci
sono già tutti gli elementi tematici che caratterizzeranno la
produzione successiva. Un desiderio di conciliazione, un grande
umanesimo di fondo (quasi spielberghiano), il terrore tutto giapponese
per la contaminazione e la distruzione della natura. Pur massacrato
vergognosamente nelle distribuzioni occidentali, continua
a stupire ancor oggi per l’amplitudo della messa in scena, per
la ricchezza dei dettagli, per l’inusitato approfondimento psicologico
di vicenda e personaggi. Ampie tracce del filo rosso lasciato
galleggiare da Miyazaki si ritrovano nel più recente Principessa
Mononoke. Qui il senso del conflitto tra natura e cultura, tra
prepotenza degli esseri umani e diritti dell’ambiente si trasforma in
un grande apologo ecologista, intessuto da animali che nulla hanno in
comune con quelli che popolano l’animazione americana; perché di
essere uomini o comportarsi come tali non hanno bisogno, o voglia. Nel
mezzo Miyazaki semina il piratesco Castle in the Sky,
il magico Tonari no Totoro, sempre immerso nella natura come portatrice di uno spirito vitale, e
il buffo Porco rosso,ovvero come trasformare un porcellino in un pilota di idrovolanti che
solca il cielo italiano degli anni Trenta, tra Humphrey Bogart e Corto
Maltese.
In
questo La città incantata, Miyazaki spinge ancora più
a fondo il discorso già iniziato con Nausicaä e Principessa
Mononoke. Il confronto è sempre quello tra gli esseri umani,
costantemente alle prese con il peccato di hybris, e la dimensione
invisibile dello spirito, diviso in questo caso tra la natura e la
grande tradizione giapponese dell’oltretomba. In Miyazaki colpisce la
profonda modernità di un discorso che ha radici antichissime. Senza
toccare i temi fantascientifici tanto cari ad una parte
dell’animazione giapponese, da Akira a Metropolis,
riesce ad ampliare i confini del sensibile. La categoria
dell’antropomorfo, come detto, non è neppure evocata. Ci troviamo in
un’altra dimensione, nella quale l’uomo con le sue certezze non è
il centro dell’universo. Un mondo inquietante, e affascinante come uno
specchio fatato. Il mondo di un artista assoluto.