L’AVVERSARIO
(L'ADVERSAIRE)
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Nicole Garcia
Sceneggiatura: Jacques Fieschi, Frèdèric Bèlier-Garcia,
Nicole Garcia
Fotografia: Jean-Marc Fabre
Scenografia: Véronique Barnéoud
Costumi: Nathalie du Roscoat
Musica: Angelo Badalamenti
Montaggio: Emmanuelle Castro
Prodotto da: Alain Sarde
(Francia, 2002)
Durata: 129'
Distribuzione cinematografica: Nexo
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Jean-
Marc Faure: Daniel Auteuil
Geraldine Pailhas
François Cluzet
Emmanuelle Devos



Il
9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand uccise sua moglie, i suoi due bambini,
i genitori; poi, tentò senza successo il suicidio. Per ben diciotto
anni, aveva mentito a tutti, inventandosi una vita inesistente: fingeva
di essere medico, di lavorare a Ginevra come funzionario
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, mentre non aveva alcun
genere di occupazione. Il “caso Romand” è servito di ispirazione
per un bel libro di Emmanuel Carrère, oltre che per due diverse
pellicole. La prima, “A tempo pieno” (2001) di Laurent Cantet,
traeva spunto dal fatto di cronaca - del quale sopprimeva il drammatico
esito - per proporre una riflessione sull’impiego del tempo (“l’emploi
du temps”, il titolo originale) scandito dalle costrizioni sociali che
divengono per ciascuno soffocante camicia di Nesso; la seconda,
“L’avversario” di Nicole Garcia
(presentata in concorso alla passata edizione del Festival di Cannes),
sta più aderente agli avvenimenti, di fatto sceneggiando il già citato
romanzo di Carrère.
Ribattezzato
il protagonista Jean-Marc Faure, la regista scandaglia l’esistenza di
quest’atipico antieroe, aduso a recitare la normalità che da lui ci
si attende: senza dare giudizi, ci coinvolge nelle lunghe e tediose ore
in cui egli si aggira come uno spettro per i più svariati luoghi,
aspettando che le sue giornate trascorrano, sempre uguali, sempre
inconcludenti. Se è vero, come ha scritto Rimbaud, che “Je est un
autre” (io è un altro), allora l’io di Jean-Marc - divenuto
l’altro - ha realizzato, negandole, le aspirazioni borghesi che egli
non è riuscito ad inverare: è divenuto, sintomaticamente,
“avversario” di se medesimo. Stremato da lustri di bugie, messo alle
strette dall’assottigliarsi del patrimonio familiare saccheggiato per
così lunga pezza, Jean-Marc non regge il rimprovero che legge nello
sguardo della consorte: la strage che egli commette - saggiamente tenuta
fuori campo dalla Garcia, con un effetto di sconvolgimento sullo
spettatore ben più marcato - è inevitabile, per una persona sfinita
dall’attesa d’una qualche forma di aiuto o comprensione (“La cosa
peggiore non è essere scoperti, ma non esserlo”, chiosa una frase del
libro di Carrère).
Sobrio
ed efficace, privo tuttavia di particolari meriti, “L’avversario”
può contare su un eccezionale atout: l’interpretazione di Daniel
Auteuil, che conferma la sua straordinaria classe in questo
ritratto non comune di uomo comune, consentendoci di leggere in
trasparenza l’infinita complessità dell’individuo banale.